Suede
Autofiction

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Le aspettative riguardanti la reunion dei Suede nel 2011 erano piuttosto alte, ma che venissero soddisfatte così brillantemente (andando forse addirittura oltre) forse non in molti se lo aspettavano.

Tre album in cinque anni, uno più bello dell’altro, hanno sancito un ritrovato stato di forma del quintetto britannico capitanato dal tormentato leader Brett Anderson, che ha portato ad un crescendo di lavori culminato con il clamoroso “The Blue Hour” di quattro anni fa, sorta di sublime sintesi di quello che i Suede erano stati e di quello che volevano diventare. Arriviamo quindi a questo nuovo “Autofiction”, nono lavoro complessivo in studio, con la consapevolezza di quanto fosse difficile fare meglio, per poi venire clamorosamente smentiti per l’ennesima volta.

“Autofiction” è un altro grande disco, vissuto dichiaratamente dalla band come una ripartenza da zero (i concerti segreti da band esordiente col nome inventato “Crushed Kids” degli ultimi giorni la dicono lunga) e come un ritorno al formato chitarra-basso-batteria-tastiera, senza le (pur meravigliose) sovrastrutture che stavano progressivamente ammantando la musica degli ex ragazzi londinesi nelle ultime prove in studio. Non a caso, il nuovo disco inizia con il classico rumore del jack inserito nella chitarra e termina con l’estrazione dello stesso, come se stessimo assistendo ad un’esibizione esclusiva in una minuscola sala prove.

Torna a produrre il fidatissimo Ed Buller (dopo la pur riuscita parentesi Alan Moulder per il solo “The Blue Hour”), e in parte i Suede stavolta si rifanno con più decisione al sound dei loro primi lavori; impossibile non rintracciare il meraviglioso decadimento del periodo “Dog Man Star” nella sferragliante “Black Ice” e nella sontuosa “Drive Myself Home”, forse il loro miglior brano in assoluto dalla reunion. Così come è facile essere trasportati indietro ai fasti dell’esordio eponimo in certe soluzioni chitarristiche scelte dal sublime Richard Oakes (uno dei chitarristi più sottovalutati negli ultimi trent’anni di musica britannica).

Il tutto però è parzialmente ricoperto da una coltre post-punk mai così accentuata in un lavoro della band, che esplode con più fragore in episodi come il singolo ed opener “She Still Leads Me On”, formidabile e straziante propellente scritto da Anderson in onore della madre venuta a mancare nel 1989, e soprattutto nella interpoliana “Shadow Self”, quest’ultima così allineata alle nuove tendenze musicali d’oltremanica da rendere i Suede incredibilmente contemporanei. “Personality Disorder” porta in dote il miglior riff del lotto, con un Anderson in odor di PIL nelle strofe.

Non mancano momenti dalle melodie più ariose tanto care a chi preferisce le bombe pop dell’era “Coming Up” (“The Only Way I Can Love You”, il secondo ovvio singolo “15 Again”, la fiammata glam “That Boy On The Stage”, quest’ultima già anticipata dal vivo qualche anno fa) ed il solito meraviglioso impasto chitarristico di Oakes a far da collante in brani lunghi ed evocativi (“It’s Always The Quiet Ones”, “What Am I Without You”).

Chiude il tutto la rumorosa “Turn Off Your Brain And Yell”, a certificare l’ennesimo trionfo di una band che sembra davvero non voler mai mollare, nemmeno di un millimetro.

Brano migliore: Drive Myself Home

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