Uh-oh! Ci fanno notare che questa recensione compare anche (tutta o in parte) su munnezza.it
Dopo aver venduto vagonate di copie e ammorbato il mondo intero con estenuanti e lunghi tour, riecco i nostri quattro sbarbatelli paladini degli sfigati tornare in pista con un album nuovo di zecca e su major. Leviamoci subito il pensiero: questo "So Long, Astoria" fa schifo.
Incredibile ma vero, questo è il più brutto lavoro che gli Ataris abbiano mai pubblicato (e ce ne vuole) fino ad ora: levata anche la patina bubble-punk e qualche debolissima incursione nell'emo-core, rimangono solo chili di melassa e zuccherose melodie per innamorati quattordicenni pieni di brufoli e che non sanno minimamente cosa sia il punk.
Prima di parlare del disco, bisognerebbe fare una riflessione e capire il perché gli Ataris vengono considerati "più punk" dei vari Blink, Sum 41 e compagnia bella; i citati, a confronto, o sembrano i Dillinger Escape Plan. "So Long, Astoria", a partire dalla title-track che apre il disco, è di quanto più stupido, inutile e piatto che il mercato discografico "alternativo" possa proporre ora. Come già detto, i ritmi dimezzano rispetto al precedente "End Is Forever" (che alla fine non faceva così troppo schifo), e così il quartetto ci regala ben tredici "simil ballate" tutte uguali e noiosissime dove difficilmente si trova qualche episodio (e addirittura qualche singolo) che salvi il lavoro dal disastro.
"In this diary" e "My reply" sembrano scarti del precedente lavoro, mentre episodi come "Radio #2" o la micidiale "Looking back on today" sembrano incise per ricordare al pubblico che loro fanno "emo-punk" (in senso lato, naturalmente). Ma per favore… gruppi che prendono per il culo la gente così sarebbe da bandirli dal Pianeta e proibirgli di incidere ancora dischi; purtroppo, però, venderanno migliaia di copie e continueranno ancora per molto a rincoglionire bambini idioti che si spacceranno punk solo perché rubano coca cola con la fidanzatina.
L'unica speranza è che svaniscano come una loffa nell'immenso mercato discografico senza lasciare segni, anche se ancora una volta il grosso mercato della musica-spazzatura ha vinto su chi suda per far uscire bei dischi originali suonati con cuore o almeno in modo sincero. Sicuramente, dopo aver ascoltato sta roba per quattro volte consecutive, credo che non metterò mai piede ad Astoria neanche per sbaglio.
Adesso vado a spararmi un bel disco degli Anal Cunt che, dopo 57 minuti de sta roba, ci vuole proprio.
Ci troviamo di fronte a un'opera che è davvero noiosa: mancano l'energia e degli episodi che riescano a farci saltare o emozionare.
'In this diary' è senza ombra di dubbio la migliore del cd con l'emozionante refrain.