Copertina di The Ataris So Long, Astoria
Taurus

• Voto:

Per fan del rock alternativo e punk degli anni 2000, ascoltatori critici di musica rock, appassionati degli ataris e chi cerca un'analisi onesta dell'album.
 Dividi con...

LA RECENSIONE

The Ataris: un gruppo che almeno ascoltando qualche singolo sparso aveva acceso il mio interesse e portatomi all'ascolto di questo "So Long, Astoria", quinto sigillo discografico della band di Santa Barbara, CA. Peccato che come capita in certi casi i singoli non rispecchino la realtà e andando ad ascoltare l'opus per intero ci si trova dinanzi a qualcosa di diverso dalle aspettative e dalle sensazioni tratte dalla bellissima "In this diary" che a conti fatti non trova quasi alcun seguito nel platter.

Prima di recensire il suddetto dischetto, mi sono procurato pure il precedente per vedere se in realtà questo "So Long Astoria" mi aveva tratto in inganno o meno. A parte il fatto di aver trovato mediocre pure "End Is Forever", credo sarebbe necessario fare due riflessioni sulle differenze stilistiche e compositive che sussistono tra i due album. Se il precedente manteneva ancora un certo "appeal" punk che dir si voglia, la dimensione in cui naviga questo disco è sicuramente il rock. Ebbene si, questo è il disco più calmo più introspettivo e più ragionato della produzione Ataris. La velocità della sezione ritmica viene dimezzata e la voce di Kris Roe è molto più addolcita e tranquilla del passato, in cui aveva una certa carica ed energia. Le chitarre graffiano di meno del passato. Non che il precedente però fosse chissà cosa, in quanto già la melodia anche se in misura minore c'era pure li. Diciamo semplicemente che il suddetto disco è il prevedibile seguito del precedente lavoro. E non è tutto, per registrare l'album sono stati utilizzati pianoforte (presente in diversi brani), sintetizzatori e sezione d'archi.

Ora verrebbe quasi scontata una domanda: cosa ha portato gli Ataris a queste scelte stilistiche e cambiamenti? Naturale evoluzione sonora o scelte decise a priori dalla casa discografica, una major (Columbia) per cui hanno firmato i quattro?

Personalmente quale sia la risposta giusta non è nemmeno fondamentale, sta di fatto che ci troviamo di fronte a un'opera che è davvero noiosa: intendiamoci non che i componimenti siano così sdolcinati e vomitevoli, sta il fatto che mancano l'energia e degli episodi (a parte qualche fortunosa eccezione) che riescano a farci saltare o emozionare.

Le prime due traccia sono già impalpabili e ancorate ad uno schema fisso e prevedibili e statiche, ma andando avanti qualcosa di meglio si trova a partire  dalla carina e precedentemente citata "In this diary" che senza ombra di dubbio è la migliore del cd con l'emozionante refrain e "My reply" in cui risiede una certa velocità e degli accenni alle influenze punk anche se si perde un po' nel ritornello. Sicuramente quella che più ricorda gli Ataris del precedente disco.

Emblematica del cambiamento del combo è invece "The saddest song" (in cui sono presenti piano e archi), che ci riporta al discorso fatto all'inizio e che è davvero brutta.

Tra le varie canzoni "rock" (strano che in 13 canzoni non ci sia manco mezzo assolo pero..) l'unica se così vogliamo dire riuscita e sufficiente, che rappresenta i nuovi Ataris è sicuramente "Summer '79". Buona  la cover di "Boys of summer" in versione pop-punk, altro pezzo interessante della raccolta. Le uniche altre che meritano di essere citate scorrendo in questa seconda parte sono "Radio 2" con un bel motivo una delle migliori e "Looking back on today".

Da segnalare infine la presenza di due bonus track: la versione acustica del singolo "Saddest song" e una nuova versione di "I won't spend another night alone" che in pratica non aggiungono niente di nuovo.

Che dire, se avete apprezzato "End Is Forever" potrebbe piacervi pure questo lavoro, altrimenti lasciatelo stare. Disco che in generale non riesce a offrire qualcosa di allettante e succoso e si perde un po' tra alti e bassi, dimostrandosi globalmente mediocre.

Carico i commenti...  con calma

Riassunto del Bot

La recensione analizza 'So Long, Astoria' degli Ataris, rilevando un cambio di stile verso un rock più calmo e riflessivo, con meno energia rispetto ai lavori precedenti. Nonostante alcune tracce interessanti come 'In this diary' e 'Summer '79', l'album appare nel complesso noioso e poco ispirato. La critica si rivolge soprattutto a chi non ha apprezzato il disco precedente 'End Is Forever'.

Tracce testi video

01   So Long, Astoria (03:22)

Leggi il testo

02   Takeoffs and Landings (03:53)

Leggi il testo

05   Unopened Letter to the World (02:39)

Leggi il testo

06   The Saddest Song (04:15)

Leggi il testo

07   Summer '79 (03:58)

08   The Hero Dies in This One (04:06)

09   All You Can Ever Learn Is What You Already Know (03:32)

10   The Boys of Summer (04:18)

Leggi il testo

11   Radio #2 (03:27)

12   Looking Back on Today (03:54)

Leggi il testo

14   I Won't Spend Another Night Alone (03:49)

Leggi il testo

15   The Saddest Song (acoustic) (04:09)

The Ataris

The Ataris sono una band punk rock statunitense formata nel 1995 e guidata dal cantante/chitarrista Kris Roe. Hanno raggiunto notorietà mainstream con So Long, Astoria (2003) e con la cover di The Boys of Summer.
04 Recensioni

Altre recensioni

Di  death bad music

 Questo "So Long, Astoria" fa schifo.

 Gruppi che prendono per il culo la gente così sarebbe da bandirli dal Pianeta.