Copertina di The B-52s Cosmic Thing
Almotasim

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Per appassionati di new wave, fan della musica anni ’80, amanti del dance-rock e cultori della scena musicale alternativa e post-punk
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LA RECENSIONE

Se lo strascico di questa estate torrida vi appanna ancora la mente e una trista corona di liquido intrisa di cloruro di sodio e acido piruvico vi si gonfia attorno al collo, se non vi state ancora domandando quanto dolore Ozzy abbia provato per la puntura antirabbica successiva al suo morso al pipistrello a Des Moines o non state cercando con lo specchietto altri segni della presunta morte di McCartney sulla copertina del “Sgt. Pepper”, tralasciando libri e cani che si squalificano a vicenda (dentro i cani notoriamente è troppo buio per leggere), forse, in uno slancio mistico, sudore trascendentale permettendo, potreste far sgranare al laser beam del vostro lettore il terzo album in ordine di bellezza (“und importanzen”) dei B-52’s. La party-band nata nel 1977 in un ristorante cinese ma che, di lì a poco, avrebbe tutt’altro che sfigurato al CBGB’s!

I B-52 sono i Boeing Stratofortress che sganciarono tutto quel ca##o di napalm sul Vietnam. B-52 sono le pettinature cotonate, extralaccate che si spingevano ben oltre il raccolto morbido alla Brigitte Bardot. Il B-52 è un cocktail composto da tre strati distinti di Kahlúa, Bayles e Grand Marnier. Ma i B-52’s sono soprattutto la prima band della città di Athens, Georgia, polo attrattivo degli studenti d’arte del Sud degli Stati Uniti. Han preceduto Pylon e R.E.M. in una scena creativa bella bella!

La loro miscela post-punk, surf e psychobilly decantava in una pop dance surreale, brillante e nervosa, che si guardava intorno con passione, i Gang of Four di Leeds e i maestrini newyorkesi Talking Heads, e con interesse, le dissonanze dei Devo dall’Ohio e la “metro (pop) music” dei canadesi Martha and the Muffins. Dispensatori di un gusto innovativo nei ritmi, nei suoni e nella caccia alle allodole, asservirono tutta la loro isteria estrosa e la maliziosa ingenuità a favore della ballabilità giocosa, ironica, finanche demenziale di un sound spensierato ma a suo modo crudo e minatorio. Alle declamazioni insulse e istrioniche di Fred Schneider replicano gli irresistibili duetti glamour e i cori bitonali di Kate Pierson e Cindy Wilson, le loro frizzanti armonie vocali fanno la parodia dei gruppi femminili, come Shangri-Las e Ronettes, ma con piglio rock e classe anziché civetteria. Ci sono poi i riff di chitarra garage/punk di Ricky Wilson e la batteria sincopata di Keith Strikeland. Completa il suono l’organo Farfisa pestato a martello. L’immagine kitsch, evidente negli abiti plastificati non molto discosti dagli horror B movie, non danneggia l’aspetto più generosamente iconico della band di Athens forte di trovate tipo l’aragosta rock e di testi naif volti a burlare i cliché della società di massa degli anni ’50 e ‘60. Il debut album, coi suoi ritmi funky robotizzati e gli accordi secchi, è uno dei capolavori della new wave. Il secondo “Wild Planet” è uno splendore di disco, meno imprevedibile ma altrettanto godibilmente sottratto al nichilismo. Poi guadagnarono in intelligenza (Byrne) ma persero in ispirazione. A incombere fu anche la tragedia: Ricky Wilson muore di Aids nell’ottobre del 1985. Stava lavorando a quello che sarà il deludente “Bounching Off Satellites”.

Poi un sussulto. Siamo a “Cosmic Thing(Reprise, 1989). L’album segna esattamente una ripresa, coi denti e col carattere. In cabina di regia ci sono Nile Rodgers e Don Was che si spartiscono equamente le registrazioni. Al basso c’è una deliziosa ospite: Sarah Lee dei tanto amati Gang of Four. Strikeland passa educatamente alla chitarra, Pierson si diletta anche alle tastiere e Schneider finalmente torna a divertirsi coi suoi sgargianti sproloqui umoristici. Se guardate a quello che c’è piuttosto che a quello che manca, ne viene un buon album di stile dance-rock e contemporary pop/rock circostanziati, che si ascolta con piacere. E che diamine, si può accondiscendere a quella rinnovata estetica trash che se non altro scalza la dorata patina eighties dell’immediato predecessore! Non ha forse picchi artistici, ok, ma almeno una certa verve sembra tornare. E i cori di Wilson e Pierson rendono appaganti canzoni che non potrebbero passare in bocca altrui, pena il precipitare come chewing gum al suolo estemporaneo dell’indifferenza. Le loro armonie, una sorta di mantra hawaiano, nonché i gorgheggi specifici della Pierson, mandano sempre su di giri. Hanno quel certo non so che. Sono come il visone sulla pelle di Doris Day.

Così le dieci tracce dell’album possono di certo esistenzialmente alimentare i nostri pannelli solari. La contro-ingiunzione guida è il grido “Shake your honeybuns!”, “Shake it till the butter melts”, che si lascia dietro vapori d’asfalto presumendo esperienze extracorporee (“Cosmic Thing”) fino a risvegli sobri ma estatici di tutti i sensi, propiziati da ronzii di caffè, panini dolci e birra economica (“Deadbeat Club”). Schivati incendi boschivi (“Bushfire”), ci ritroviamo su un’auto grossa come il ventre di una balena che porta i novelli profeti nella più giusta direzione (“Love Shack”, stessa linea ideale che dall’anthemico “Rock Lobster” si congiungeva alla dance rock-psichedelica di “Private Idaho”). Poi viaggiamo sulla scia di un soffice bacio (“Roam”) –cosa c’è di più sexy?-e nell’aria si diffonde un sapore di miele (“Topaz”).

E dopo? Che succede? Pierson canta per Iggy Pop in “Brick by Brick” e per i R.E.M. in “Out of Time” (proverbiale la mano morta di Iggy, autodiretta quella di Stipe), Cindy lascia e poi ritorna, a tre intanto incidono “Good Stuff”, si esibiscono per Jerry Brown (candidato democratico alle presidenziali nel 1992), recitano nel film dei “Flintones”, sostengono la lotta all’Aids, abbracciano le cause di varie associazioni animaliste, Schneider tenta la via del “Comedy Synthpop” coadiuvato da S. Albini, tornano a incidere insieme nel 2008 cambiando leggermente il nome (via l’apostrofo rosa), prestano l’ugola a svariati personaggi dell’animazione (Rugarts, Pokèmon, Phineas and Ferb). Ma non c’è fretta di allontanarsi dalla felicità discreta di “Roam” e di “Deadbeat Club”, dalla compiuta musicalità delle parti vocali di queste reginette Mida esuli dalla new wave. Che le preferiate più pannose o più scremate sarete comunque genuinamente dissetati. Quindi calma. Meriggiate. La laida estate sta finendo. Sostate qua. Continuiamo ad odiare i nazisti dell’Illinois e ad amare le band di Athens come vecchi colombi sospirosi.

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Riassunto del Bot

La recensione celebra 'Cosmic Thing' come un disco che segna il ritorno energico e creativo dei B-52s dopo un periodo difficile. L'album miscela dance-rock e pop contemporaneo con la tipica ironia e originalità della band. Pur non raggiungendo picchi artistici, restituisce una verve piacevole e armonie vocali avvolgenti. La storia della band, la perdita di Ricky Wilson e la rinascita artistica sono elementi centrali. Il disco è consigliato ai fan del nuovo pop-rock con sfumature nostalgiche.

The B-52s

Gruppo new wave statunitense nato ad Athens (Georgia) nel 1976. Formazione storica: Fred Schneider, Kate Pierson, Cindy Wilson, Ricky Wilson e Keith Strickland. Esordio fulminante nel 1979, successi internazionali con Love Shack e Roam. La morte di Ricky Wilson nel 1985 ha segnato la loro storia; Strickland passò poi dalla batteria alla chitarra. Nel 2008 il nome è tornato senza apostrofo con Funplex.
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