Copertina di Groundhogs Blues Obituary
March Horses

• Voto:

Per appassionati di blues e rock anni '60/'70, amanti del rock psichedelico e hard, collezionisti di vinili vintage, ascoltatori di musica alternativa e storica
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LA RECENSIONE

Un titolo ed un immagine profetici: è il 1969, il blues è morto? Hendrix è volato verso lidi sempre più avanguardistici, ma gli rimarrà poco da vivere, ed i Cream si sono separati con astio. Alla Joplin resterà un album incompleto, prima di essere sopraffatta dai vizi. Forse, in quell'anno, il suddetto genere non è del tutto spirato, bensì è tornato nell'ombra, surclassato dalle avanguardie psichedeliche e/o proto-progressive della scena rock. Anche i Groundhogs, gruppo sotterraneo della cosiddetta British Invasion, porgono le  loro condoglianze al genere. Siamo all'alba dei seventies, e Deep Purple, Zeppelin e Sabbath non possono attendere.

La musica contenuta in questo "Blues Obituary" si presenta come (appunto) un blues vagamente tinto di hard e dalle pesanti reminiscenze lisergiche (vedi la hendrixiana "Light Was The Day"), caratterizzato da un solido e prezioso lavoro di chitarra di Tony McPhee, oltre al suo timbro vocale cupo e viscerale; entrambe le caratteristiche sono riscontrabili nell'andamento secco ed ipnotico della bella "Mistreated", forse la canzone di punta dell'opera in quanto ad immediatezza. La chitarra non presenta la distorsione alla Cream, rimanendo contenuta pur nei suoi riff sporchi e graffianti, mentre la ritmica supporta le tracce con discreta fantasia.

Tutti i pezzi si mantengono su una qualità dignitosissima, ed agognabile da molti, ma, forse, manca LA composizione che da sola vale il prezzo dell'LP, e la mezz'ora buona scorre piacevolmente, senza veri e propri sussulti tali da inserire l'opera tra gli album più influenti e conosciuti dell'epoca. A metà tra gli esordi blues più acerbi ed il rock rabbioso dei successivi ("Thanks Christ For The Bomb"), "Blues Obituary" rimane molto interessante ed equilibrata nei suoi ingredienti, mostrando le sue rughe con dignità. Un'opera dove i musicisti valgono più delle canzoni stesse, dove la fantasia è libera di sperimentare senza stravolgere le basi di un genere.

Un 3,5 arrotondato con piacere.

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Riassunto del Bot

La recensione analizza 'Blues Obituary' dei Groundhogs, un album del 1969 che fonde blues con influenze hard e psichedeliche. Pur non essendo un capolavoro assoluto, l'album si distingue per l'equilibrio e la qualità degli strumentisti, in particolare Tony McPhee. La musica si colloca a metà strada tra blues tradizionale e le nuove tendenze rock dei primi anni '70, rappresentando un'interessante testimonianza del periodo.

Tracce testi

01   B.D.D. (03:50)

02   Daze of the Weak (05:16)

03   Times (05:19)

04   Mistreated (04:04)

I'm like a ship on the ocean that's rolling from side to side,
But I'm not drunk I'm just dissatisfied,
It's not my body but my mind I can't control,
I have everything I need but still.....I want more.

I've done everything that I've ever set out to do,
I become so well known that they've put me in who's who,
But I've reached the limit and I don't know what to do,
If I can't go no further I'll have to go back.....to being poor.

SOLO

05   Express Man (03:59)

06   Natchez Burning (04:38)

07   Light Was the Day (06:53)

The Groundhogs

The Groundhogs sono un gruppo blues rock inglese guidato dal chitarrista e cantante Tony (T.S.) McPhee. Nati nei primi anni ’60, hanno affiancato John Lee Hooker in tour e raggiunto l’apice tra 1970 e 1972 con gli album Thank Christ for the Bomb, Split e Who Will Save the World?, intrecciando blues duro, psichedelia e slanci proto-progressive. Attivi con varie formazioni fino al 2014.
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