Marianne
La tua mancanza di simpatia non riesce a disturbarmi.
Immagina di abbandonare la città stanca e di incamminarti in una Sheffield plumbea immersa negli 80's, addosso solo bermuda e una t-shirt con la stampa del bel faccione di Alan Vega, in testa quelle inseparabili Koss HV/X glaciali compagne di fredda alienazione.
E' cyberpunk ante litteram, la genesi è l' EP Holiday '80, quel sogno lucido direttamente trapiantato nel midollo della bella replicante Marianne, un reale portale acido temporale con vista su rituali sintetici di riviere ghiacciate che ti trasportano nel cuore pulsante della rivoluzione synthpop. The Human League, ancora nella loro formazione originale — Philip Oakey, Martyn Ware, Ian Craig Marsh e Adrian Wright — sono quei bonzi techno pop da costellazione di idee e laboratorio sonoro che fonde arte visiva, provocazione concettuale e tecnologia analogica.
Pubblicato nel maggio del 1980, è l’ultimo respiro della formazione originale — Oakey, Ware, Marsh e Wright — prima della grande scissione che avrebbe generato quelle due galassie: Heaven 17 e la nuova Human League da classifica.
“The Black Hit of Space” è come se Roy Batty stesse cantando il suo addio alle stelle, il primo contatto, il segnale alieno captato da un satellite abbandonato, loop che implode, virus sonoro corruttore di realtà sottovuoto, Atari sound primordiale intrappolato in una hit che diventa troppo grande per l’universo terrestre.
Poi “Only After Dark”, è la notte che diventa un liquido nero che scorre tra i circuiti, è il momento dell'amore folle e replicante, la folle danza dell'amore tra software e realtà, quei synth carezze fredde, la voce un sussurro che si perde tra le antenne, quel ballo lento di due esseri che non hanno anima ma sentono tutto.
"Life Kills” è la presa di coscienza. Il replicante scopre il dolore, la routine, la prigione della carne, le parole sono lame, i suoni sono gabbie. La fabbrica dove nascono i sogni e muoiono le illusioni. È il momento in cui capisci che anche le macchine possono soffrire.
E poi “Dreams of Leaving”, il capolavoro. Un romanzo cyberpunk in forma di canzone. Un ragazzo sogna di fuggire da una scuola che è una prigione, da una città che è un labirinto. Ma la fuga è solo un’altra illusione, I synth costruiscono paesaggi mentali, deserti elettrici, autostrade che portano nel nulla. È il Blade Runner che corre sotto la pioggia, inseguito dai suoi stessi pensieri.
E “WXJL Tonight” è la fine. Una radio trasmette da un mondo che ormai non esiste più. La voce è quella di una DJ che non sa di essere morta, i suoni sono echi, fantasmi, frammenti. È il momento in cui il replicante si spegne, ma lascia dietro di sé un sogno.
La copertina è un inganno. Un paesaggio naturale, dei cani, un uomo. Ma è tutto finto. È il ricordo di un mondo che non c’è mai stato. È la nostalgia di qualcosa che non hai mai vissuto.
Travelogue è poesia sintetica. È il Blade Runner che non hai mai visto, il diario di un’anima artificiale che ha imparato a sognare, il suono di una lacrima che cade su un circuito.
È il futuro che ci ha già dimenticati.
Finchè sei in tempo, afferra quelle Koss HV/X ed immergiti nell'ascolto.
E fuggi, finchè sei in tempo.
"un lavoro che non è né carne né pesce né sperimentale né pop ma una confusa via di mezzo."
"Gli unici motivi d’interesse dell’album sono rappresentati da 'The black hit of space' ... e la curiosa doppia cover in medley."