“Ti innamori di tutto, quando sei giovane. Ti sembra che una chitarra, un basso e una batteria bastino per conquistare il mondo, quando sei giovane. La vita è un superalcolico che ti da la sbronza, quando sei giovane. La vita ti sorprende con miriadi di cose da fare e non vedi l’ora di crescere, quando sei giovane.”.
Così cantava Paul Weller in una canzone dei Jam, era l’agosto del 1979 e forse non erano nati nemmeno i genitori di Issey e Mathew; però quel singolo, un giorno imprecisato, se lo comprarono, come peraltro la discografia completa dei Jam, e canzone dopo canzone, album dopo album, si convinsero che quei tre erano meglio dei Clash, erano meglio dei Damned, erano meglio perfino dei Sex Pistols e di qualsiasi altra banda avesse messo a ferro e fuoco Londra alla fine dei ‘70. E dopo che nacque Issey, come nulla fosse, continuarono imperterriti a far suonare quelle canzoni sul giradischi; e di certo la musica non cambiò quando, un paio d’anni dopo, venne alla luce Mathew.
Oggi, può essere che “In The City” e “This Is The Modern World” girino meno sul giradischi della famiglia Cartlidge, ma a mamma e papà basta entrare nella stanza di Issey per sentirla martellare il basso e cantare i coretti al ritmo di “Town Callede Malice”; oppure in quella di Mathew per trovarlo a percuotere la chitarra come un ossesso sulle note di “Slow Down”, che un qualche signor-so-tutto-io mi disse non essere dei Jam, ma fidatevi di un cretino che è dei Jam per lo stesso motivo per cui “Brand New Cadillac” è dei Clash, ora e sempre; oppure mettere sul giradischi il primo album di Issey e Mathew.
È una bella storia, quella dei Molotovs, nella sua essenzialità rock’n’roll.
Nascono come una cover band di buskers nel 2020, Issey ha 13 anni e Mathew 11, sommate le loro età non arrivano nemmeno a fare metà della mia e già questo mi mette di buonissimo umore, per il semplice motivo che, se proprio devono risuonare ancora le note di “My Generation”, è molto più credibile e soprattutto promettente che a suonarle siano due ragazzini per un nugolo di ragazzini che stanno ad ascoltarli, per capirci quelli che quando stanno in un pub non possono nemmeno bersi una birra. Hanno un repertorio zeppo di canzoni dei Jam e di canzoni rifatte dai Jam – “Slow Down” ma anche “Heatwave” – ma zeppo anche di storia del pop inglese, dagli Who fino agli Oasis. Si piazzano su un marciapiede o in una piazza e lasciano la custodia degli strumenti per terra davanti a loro, aperta; qualcuno lascia sempre uno spicciolo, basta a malapena per il biglietto dei mezzi per tornare a casa; capita pure che qualcun altro lasci anche un biglietto da visita con un numero di telefono e dietro l’invito scritto a mano a comporre quel numero, perché lui ha un locale, loro gli piacciono e gli piacerebbe se suonassero nel suo locale, eccetera eccetera. Issey e Mathew, quel numero, lo fanno e va a finire che in un paio d’anni macinano oltre 500 esibizioni dal vivo e diventano talmente bravi da arrivare a suonare non solo canzoni che hanno fatto la storia, ma insieme a chi la storia ha contribuito a scriverla, in carne e ossa e tutto il resto. Loro, Issey e Mathew, ai tempi non hanno ancora inciso nemmeno un brano.
In quel repertorio zeppo zeppo di canzoni altrui, ce ne stanno una decina, le hanno scritte Issey e Mathew. Ad un certo punto, non si sa se con più coraggio o incoscienza, iniziano a suonarle in pubblico, tra una “Teenage Kicks” e una “London Calling” a caso, così per vedere l’effetto che fa: a chi se li ritrova di fronte, fanno un ottimo effetto; a me, altrettanto, anche se sono fuori dalla calca, a qualche migliaio di chilometri di distanza e in ritardo di un paio d’anni. Soprattutto, ce ne sta una che per me è bellissima, si chiama “Johnny Don’t Be Scared”, la prima ad essere incisa su un pezzo di vinile, l’unica ad essere esclusa dall’album. Sarò scemo, ma la prima cosa che mi viene da pensare sono i Clash che scrivevano canzoni meravigliose. che poi regolarmente restavano fuori dagli album, spesso relegate a lato b di un singolo, e questa cosa mi piace davvero molto.
Tutte le altre canzoni di Issey e Mathew, su “Wasted On Youth”, ci stanno: i Jam à gogo di “Get A Life”, “More, More, More”, la title track, “Newsflash” e “Today’s Gonna Be Our Day” sono nient’altro che la riproposizione assolutamente credibile di un suono che ha quasi 50 anni, ma se è vero che questa musica la sentivi uscire da ogni garage di Londra nel 1977, è altrettanto vero che nessuno nel 1977 avrebbe potuto suonare come suona oggi “Wasted On Youth”; “Daydreaming” è un efficace concentrato del britpop dei ‘90, sono gli Oasis che si sono rimessi insieme e hanno tirato fuori un gran pezzo quando nessuno ci sperava più; “Come On Now” pare uscita dritta dritta dal concerto di Jimmy Page al Greek, insieme ai Black Crowes; “Ge-ge-ge-raldine” è un balbettante e affettuosissimo omaggio a “My ge-ge-ge-neration”; e, vivaddio, ci sta pure una “Nothing Keeps Her Away” che mi pare un tentativo molto poco riuscito di rifare i Green Day che fanno “Good Riddance”.
“Poi scopri che la vita non è così come speravi, che hai fatto tanti bei sogni solo per vederli infranti alla fine” cantava ad un certo punto Paul Weller.
Magari finirà così pure per Issey e Mathew, ma gli auguro di restare per sempre giovani, anche se lo cantava Bob Dylan e non Paul Weller.
Carico i commenti... con calma