Copertina di Theatre Of Tragedy Velvet Darkness They Fear
OzzyRotten

• Voto:

Per appassionati di gothic e doom metal, fan di atmosfere oscure e liriche profonde, amanti di voci femminili nel metal.
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LA RECENSIONE

È probabile che questo album piaccia solo a me e a pochi altri, ed è anche possibile che io me ne sia costruito un archetipo del tutto intimo e soggettivo ma, se devo scrivere solo di cose che siano da tutti condivisibili e da tutti accettate, allora dovrei rinnegare quel poco di passione e coscienza che mi sono rimaste, e allora, anche se si comprende benissimo che parlare dei Theatre of Tragedy, e parlarne pure negli ambiti di una recensione già scritta e metabolizzata da coloro che in quella hanno prestato attenzione, è come districarsi su un campo minato.

Come tante gruppi storici di certi generi "contaminati" e "contaminanti", i Theatre of Tragedy hanno fatto la fine, col tempo, del topo che crede di dover osare un poco troppo oltre i limiti nei confronti del gatto: schiacciati dalla loro stessa reputazione, pesante e rispettabile per i primi album, poi andata a farsi fottere beatamente grazie a scelte, o forse errori artistici, che ne hanno sancito definitivamente la caduta (nel silenzio) stilistica e commerciale.
Di gloria passata non si può vivere in eterno, è verissimo, ma, con questo bellissimo lavoro, i T.o.T. riuscirono a glissare la seppur buonissima prova del primo (ed omonimo) album: tutte le parti che compongono questa opera stanno al loro posto secondo un preciso, oculato, affascinante ed ecletticamente triste scopo.

Ancora si riescono a trovare in più di qualche traccia, i migliori sentori Doom del genere, ma, frammisti a questi, notturni e piangenti fantasmi gotici la fanno da padrone, e allora, ecco la voce aggraziata e delicata di Liv Kristine che s'intreccia ad un growl non estremamnete feroce ma certamente strutturato per risultare angosciante, della sua controparte maschile Raymond I. Rohonyi, ecco decadenti e claustrofobici dialoghi da film sbiancati e dimenticati che s'incuneano in strumenti che disegnano con la loro forza e la loro armoniosità, fumose e marziali atmosfere intrise dello spirito "tragico" appunto, che fu proprio il promotore della fama e del successo dei T.o.T.

Ed è disarmante e sempre doloroso, seppur piacevole, riascoltare le nove canzoni di questo cd. Brani che serbano tante increspature, tante sensazioni ognuna differente dall'altra, come in un caleidoscopio in cui perdersi e non sapersi più ritrovare. Sin dalla prima "Fair and 'Guiling Copesmate Death" con il suo attacco lento e cadenzato che in maniera ossimorica, dona il cantato dolce ed introspettivo della controparte femminile, per poi sciogliersi nella morbosità maschile, più plumbea e tediosa, fino a sfociare in un rincorrersi geniale di growl e dolcezza, come in un gioco al massacro: la bellezza, anche se misteriosa e dal vago sentore pericoloso, e la ferocia dosata ed intrappolata in una costernazione universale e oggettivante.
In aggiunta, tutte le canzoni girovagano nei chiaroscuri arzigogolati e spuri d'atmosfere intrise di albe malate, di astri notturni investiti da una luce che li annienta, di veleni oppiacei crudeli e atroci, ma serviti nel più squisito stile dorato ed opalescente.

E allora, lasciarsi perdere nei testi difficili da comprendere e scritti in maniera arcaica ed ancestrale (e non è un eufemismo; andataveli a leggere per credere), nelle chitarre che spesso e volentieri si fanno spaziose e sognanti per dar spazio ai violini o alle tastiere, nei meandri più "bohémien" e grotteschi degli innumerevoli ambiti che questo disco serba, è un dolce stillicidio che non smette mai d'avvenire. Sempre meglio, sempre sommessamente, ma con sempre, in sottofondo, quella carica spossante che fa di ogni composizione un piccolo gioiello: "Bring Forth Ye Shadow", "And When He Falleth", "Black As The Devil Painteth", "On Whom The Moon Doth Shine"; solo per citare, a mio modesto vedere, i più fuggevoli e preziosi. Quelli che cacciano inesorabilmente nel limbo nascosto dei nostri primitivi caratteri e ne confutano tutti i colori, gli odori, le deformità e i dolori, come se fossero, in definitiva, parti lontane e piangenti di un'anima persa e sfocata, triste e abbandonata perché dimenticata, invisibile agli occhi e sorda ad ogni rumore, perché rassegnata al suo più ineluttabile destino.

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Riassunto del Bot

La recensione celebra Velvet Darkness They Fear come un capolavoro gotico e doom, ricco di atmosfere malinconiche e testi arcaici. L'intesa tra la voce femminile di Liv Kristine e il growl maschile di Raymond I. Rohonyi crea un contrasto affascinante. Nonostante la successiva evoluzione discutibile della band, questo album resta un gioiello intriso di emozioni e oscurità evocativa.

Tracce testi video

01   Velvet Darkness They Fear (01:04)

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02   Fair and 'Guiling Copesmate Death (07:05)

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03   Bring Forth Ye Shadow (06:48)

04   Teraphic Deviltry (05:16)

05   And When He Falleth (07:08)

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06   Der Tanz der Schatten (05:28)

07   Black as the Devil Painteth (05:26)

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08   On Whom the Moon Doth Shine (06:14)

09   The Masquerader and Phoenix (07:34)

10   A Rose for the Dead (05:12)

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11   And When He Falleth (remix) (05:13)

Theatre of Tragedy

Theatre of Tragedy sono un gruppo di Stavanger (Norvegia) attivo dal 1993 al 2010. Considerati pionieri del “beauty and the beast metal”, hanno esordito con un doom/gothic dalle liriche in inglese arcaico, per poi sperimentare sonorità elettroniche/industrial a inizio 2000 e tornare a toni più gotici nella fase finale. Voci chiave: Raymond I. Rohonyi e Liv Kristine (poi sostituita da Nell Sigland).
13 Recensioni

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Di  DarKNight

 Una luce che volendola vedere nella voce di Liv si tramuta sempre e comunque nell’oscurità della voce di Raymond.

 Dopo due anni che lo ascolto continuo a scoprire immagini nuove, sensazioni, emozioni...


Di  Noctifero

 Fine d’un capolavoro che non vorreste mai smettere d’ascoltare.

 Lasciatevi ammaliare dalla vellutata oscurità del Teatro della Tragedia.