Qualche settimana fa una grande notizia ha fatto il giro: i Transatlantic torneranno! Essi sono un supergruppo formato da Neal Morse (allora vocalist degli Spock's Beard), voce e tastiere, Roine Stolt, talentuoso vocalist e chitarrista dei Flower Kings, Pete Trewavas, bassista dei Marillion, e Mike Portnoy, l'insuperabile batterista dei Dream Theater. Hanno pubblicato solamente due album, datati rispettivamente 2000 e 2001 più due live per poi non farsi più sentire... ognuno tornato per le sue strade e chi s'è visto s'è visto! Non si fa così! Ovvio che l'attesa si faceva sentire! Soprattutto per un grande amante del progressive rock! È brutto vedere un gruppo sparire così di botto dopo aver lasciato il segno con due opere davvero pregevoli! E se davvero questa notizia del loro ritorno in studio dopo 7 anni di silenzio non è una bufala allora davvero cominciamo a sollevare le mani per arrivare poi a gridare... "olè!"
Ma nel frattempo passiamo a ciò che la band ci ha lasciato di concreto durante il suo passaggio nel panorama progressive.
Nel 2000 la band ha esordito con un ottimo album, ma ottimo sul serio. Esso porta semplicemente le iniziali dei loro cognomi più una lettera del nome del bassista. Il titolo è semplicemente "SMPTe"... La provenienza musicale dei componenti (tutti facenti parte di formazioni prog) fa sì che la loro musica si esprima sottoforma di un progressive rock vero, tradizionalista, da vecchi amanti del genere; niente di particolarmente innovativo, come tipico delle produzioni che vedono Neal Morse a capo, ma dannatamente suonato con le palle!
Con sole 5 tracce, di cui 4 derivanti dalla loro penna più una cover, i Transatlantic sono lì a dimostrare che il progressive rock non è affatto morto! Non è rimasto fermo agli anni '70... ha continuato ad esistere e a distanza di ormai più di trent'anni è ancora in grado di regalarci dei capolavori! Per esempio cosa si dovrebbe dire ad esempio della suite di 30 minuti che apre il disco? Bisogna soltanto stare zitti ed ascoltarla per tutta la sua durata: quei quattro minuti strumentali, dove ben figurano chitarra, batteria e i vari strumenti a tastiera, già invitano a mettersi un bavaglio alla bocca e ad ammonirsi di ascoltare il disco in silenzio senza tralasciare la minima nota, anche quella nascosta negli angoli più remoti del pentagramma!
E quando compare la voce di Neal Morse ben accarezzata dall'organo hammond ci lasciamo ammaliare dalla sua bellezza! Splendida a dir poco è quella parte strumentale di piano che interviene verso i dieci minuti... Lì sì che capiamo che davvero il prog non finisce di regalarci spunti particolari e di rara bellezza! Poi quando il ritmo rallenta con quel riff di basso e quando sentiamo quelle parti sinfoniche superata la metà del brano... davero abbiamo la conferma di tutto ciò che pensiamo! E il finale... mamma mia che prodezza! Un lungo solo di chitarra accompagnato da tastiere corpose e atmosferiche e quegli effetti finali da notte stellata con luna piena! Azz!
Un ascolto più moderato ce lo regala la splendida ballata "We All Need Some Light", un brano davvero da lacrime agli occhi e accendino verso il soffitto (stando attenti a non far prendere fuoco al lampadario!) per tutti i suoi 5 minuti e 44 secondi; guidata essenzialmente da chitarra acustica e piano (senza però trascurare il lato atmosferico) qualcuno potrebbe giudicarla un po' banale e un approccio al commerciale: infatti non siamo lontani, vocalmente e musicalmente dalle ballate malinconiche dei Backstreet Boys (forse per la voce troppo dolce e pulita di Neal Morse) ma i ragazzi eseguono tutto magistralmente e con un tocco di classe; notevole il modo in cui i tocchi di piano e chitarra acustica scorrono sulla stessa pista con grande eleganza!
E dopo il momento romantico da passare abbracciato con la tipa ecco una movimentata "Mystery Train" dove i suoni distorti e oscuri, i tocchi di hammond e le perfette linee di basso danno davvero l'idea di un treno che corre in una galleria spettrale che non potremo mai sapere dove sbucherà! E poi... altra suite magistrale: "My New World" 16 minuti molto dinamici aperti da un bel violoncello; per quattro minuti il piano crea melodie spiccatamente jazz ma quella parte di organo ci introduce alla parte strumentale; qui chitarra e sintetizzatore, talvolta in separata sede, talvolta all'unisono ci regalano complessi assoli ben circondati dai tocchi di hammond in sottofondo; bella parte centrale lenta, delicata e malinconica, poi ancora finezze strumentali di organo hammond, scale di chitarra ben gestite fino al finale, in cui viene ripreso il ritornello. Per 16 minuti possiamo sognare e commuoverci come consumando un barattolo di marmellata, come guardando le stelle in una festosa notte d'estate!
Il disco si chiude (purtroppo, devo dirlo, non apprezzo molto l'inserimento di cover in un album di inediti) con una cover: "In Held 'Twas In I" era infatti un brano dei Procol Harum del 1968 contenuto nell'album "Shine On Brightly". I Transatlantic lo reinterpretano con la solità personalità confrendogli un aspetto più moderno e dando a Portnoy l'occasione di mettersi in mostra mentre dà al brano un drumming più deciso rispetto alla versione originale.
Davvero un grande album, ma non lo dico perché sono un fan, lo dico perché bisogna essere obiettivi e parlando obiettivamente devo dire che questo album è un capolavoro... Certo deve fare i conti con l'altrettanto ottimo, successivo, "Bridge Across Forever" dell'anno successivo, ma non penso che a questo disco manchi qualcosa!
Il progressive rock non è morto, è solo stato un po' trascurato negli anni; non voglio sentir parlare di neoprogressive, è una parola che non mi piace; il progressive rock è ancora palesemente vivo, respira ancora aria molto fresca e continuerà a regalarci emozioni forti e fresche boccate d'ossigeno ancora per un'eternità!
...scrivo aspettando di sentire il disco nuovo!
SMPTe è un'opera indubbiamente fuori dal comune, sia come ascolto che come realizzazione.
Insomma un capolavoro che va però gustato con le giuste misure e con le giuste dosi.