Cosa significa essere dei grandi artisti? Molti potrebbero rispondere che significa vendere molti dischi e fare tour che riempiono stadi, molti invece possono sostenere che significhi avere una forte passione per la musica e divertirsi suonando; quando invece si è in grado di essere entrambe le cose contemporaneamente come si può essere considerati?
1987. George Harrison è impegnato nelle sessioni di registrazioni del suo celebre “Cloud Nine” quando, probabilmente per nostalgia oppure per pura voglia di reinventarsi, ebbe la brillante intuizione di formare un supergruppo formato dai grandi della musica degli anni sessanta. Questo esperimento, inizialmente ideato da lui, Jeff Lynne (suo produttore e frontman dell’Electric Light Orchestra) e Roy Orbison, vide entro breve tempo anche la partecipazione di Bob Dylan e Tom Petty che, carichi di entusiasmo, si misero a comporre un album collettivo. In seguito a diverse sessioni di sala prova nacquero così i Traveling Wilburys; le “vecchie glorie” dei due decenni passati furono così unite nella stessa band, sembra incredibile ma è tutto vero.
Questo album di esordio del 1988, fu inizialmente pubblicizzato senza riferimenti espliciti ai componenti della formazione, infatti sulla copertina dell’album essi furono accreditati con pseudonimi; fu però inevitabile, grazie anche ai videoclip girati, che il pubblico con grande sorpresa scoprì questa inaspettata formazione. L’album si apre con il primo brano da loro registrato, “Handle With Care”, inizialmente pensato da Harrison come traccia del suo album solista; ci basta questa traccia per capire la direzione che prende questo album: la musica è un’unione dei diversi stili compositivi caratteristici dei singoli membri, abbiamo infatti davanti un pop-roots rock molto orecchiabile, forse dal tocco vintage, che non ostenta di certo freschezza ma resta subito accattivante per gli ascoltatori. La voce solista di questo brano si alterna tra i vari componenti, che si dividono le strofe ed i ritornelli, e questa regola viene mantenuta per tutto l’album, così come anche per quanto riguarda la composizione stessa dei brani che, infatti, ha coinvolto tutti più o meno alla pari. La musica di questo Vol.1 è allegra, spensierata, e in certi frangenti porta l’ascoltatore quasi a dimenticarsi che ognuno di questi musicisti è allo stesso tempo un artista solista con milioni di dischi venduti; la sinergia dimostrata in questo album è paragonabile ad una jam session tra amici che si ritrovano la sera in sala prove per divertirsi. Se un artista si diverte nel suonare la musica che propone è molto probabile che anche al pubblico venga trasmessa una certa energia positiva, infatti quello che abbiamo dinnanzi è sicuramente una delle cose più evidenti durante l’ascolto, nonché uno dei punti di forza dell’album che, per l’appunto, non ha la pretesa di essere differente da un “divertirsi collettivamente”. Anche se tutti i brani sono accreditati a tutti i componenti, all’interno dell’album troviamo brani nati principalmente della penna di Bob Dylan (“Dirty World”, “Congratulation” e “Tweeter And The Monkey Man”), di Tom Petty (“Last Night”, “Margarita”) e Jeff Lynne (“Rattled” e “Not Alone Any More”), con un George Harrison che funge da collante per questo progetto insolito ma funzionale. Per quanto riguarda Roy Orbison, purtroppo, egli venne a mancare durante la registrazione dell’album a causa di un infarto, infatti i brani accreditati a lui sono quelli poi pubblicati come singolo e composti assieme agli altri membri; singolare il fatto di come nel videoclip di “End Of The Line”, girato quando lui era già deceduto, è presente una sequenza raffigurante una sua foto in un quadro su una sedia vuota durante una sua parte di voce solista a farle da tributo.
Naturalmente sarebbe fuorviante analizzare ogni singolo brano contenuto in questa opera, visto anche che, come già detto, le sonorità sono molto uniformi e dal tocco estremamente caratteristico, con chitarre acustiche che fanno da muro del suono e linee vocali dal tocco beatlesiano. Tuttavia, in tutto ciò, possiamo mettere alla luce come i testi abbiano come tema principale l’amicizia e racconti di storie nostalgiche che rendono coerente la proposta musicale con lo spirito e la genesi di questo supergruppo, che culmina in questa formula vincente di cinque chitarristi-cantanti. Per concludere le danze, il batterista che ha suonato su questo album è Jim Keltner, batterista della Plastic Ono Band che, a riprova dell’estrema cura dei dettagli di Harrison, si rivela essere l’elemento più idoneo che potessero trovare.
A volte ritornano, e in questo caso non si tratta della raccolta di racconti di Stephen King, ma di ciò che è successo alla fama di questi cinque artisti fondamentali per la storia della musica.
Il disco è senz'altro passato come uno dei più divertenti e divertiti album rock usciti negli ultimi vent'anni.
"Handle with care" è una bella canzone in cui risalta soprattutto la splendida voce di Roy Orbison nell'inciso.