Umphrey's McGee
Mantis

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Lo ammetto: a due anni di distanza dacché lo comprai, ancora non riesco ancora a decifrare cosa sia raffigurato in copertina. Tuttavia sento che ne rispecchia bene la musica.

Mancati headliner del prossimo, abortito, NEARFest, gli Umphrey's McGee sono riusciti nell'arco di una carriera poco più che decennale a fondere l'improvvisazione degna della miglior scena jam e le strutture di un progressive molto personale. E per quanto mi riguarda, sono la cosa più divertente che mi è capitato di ascoltare in questi anni. Questo Mantis (2009) è il loro disco più ambizioso, forse il più compatto. Archiviate le composizioni nate dalle mirabolanti jam on the road tra una tappa all'altra di infiniti tour (gli UM sono famosi per testare e proporre le canzoni dal vivo anche anni prima di inciderle su disco), stavolta trattasi di canzoni scritte e prodotte interamente in studio. Bayliss, il chitarrista-frontman, ha spiegato come ogni componente del sestetto abbia proposto le proprie idee (assoli, refrain, riff, ecc..) e tutto sia stato assemblato nel modo più armonico e partecipativo possibile. Il risultato sono queste otto canzoni (spalmate su dieci tracce).

L'epic che dà il titolo all'album è l'unica canzone che ho dovuto riascoltare più volte. È un bel manifesto delle capacità tecniche e compositive degli UM: multiforme e monumentale, a tratti mi ha ricordato di qualche episodio dei Dream Theater, ma qui ci si diverte molto di più. Bella composizione, tuttavia l'avrei vista meglio in chiusura.

Il pezzo migliore del disco è “Cemetery Walk”, suddivisa in due parti. Comincia e diresti che è AOR, poi però il bridge vagamente latin sfocia in un ritornello solenne e in totale controtendenza col tono assertivo della canzone. La ripetizione degli accordi nel crescendo finale con stacco netto è un chiaro omaggio ai Beatles di “I Want You (She's so Heavy)”. La seconda parte del brano riprende il bridge piazzandoci dei beats techno-dance (eh sì!), e dà il via a una sperimentazione da club. Mettendosi nei panni di musicisti che sul palco si vogliono divertire pensi che in effetti ha il suo perché: dal vivo permette jam elettroniche da sballo.

“Spires” è l'altro pezzone del disco: cavalcata prog entusiasmante nei suoi controtempi. Le armonie vocali in coda sono un omaggio stavolta ai Beach Boys, e ti catapultano negli anni '60 in riva all'oceano. Le peculiarità di questa band aumentano quando esce fuori un brano come “Prophecy Now”: ninna nanna basata su un'inusuale progressione di accordi a cullare un'atmosfera che si fa via via mistica.

L'ennesimo omaggio del disco lo troviamo in “Red Tape”, che nelle battute iniziali somiglia molto a “River” dei Gentle Giant.

Per chi li segue, “Mantis” toglie un po' di jam dall'atteggiamento generale di questi musicisti da live set (favolosi dal vivo), conferma però la qualità dell'ingrediente progressive che tante volte mi avevano dato l'impressione di saper padroneggiare.

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Commenti (Quattro)

macaco
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TheJargonKing
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gran bella rece e gran disco, purtroppo sconosciutissimo, ma che merita assai.

dreamwarrior
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Grandissima band per un grandissimo disco. Per sentirli dal vivo consiglio il doppio Live at Murat...

progknight94
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Li ho visti adesso. Forse se questo è quello con meno improvvisazione un pensierino lo faccio:)

Ocio che non hai mica acceduto al DeBasio!

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