Il tizio con i grandi orecchini, quello con i rasta, la sua fidanzata che fuma una sigaretta dopo l'altra. L'amico più sobrio con il maglioncino, il matto che - da come parla - dev'essersi fatto più di una canna nella vita. All'Estragon si raduna una folla di persone che, mai come in questo concerto mi è parso evidente, condivide un sentire comune, esperienze problemi gioie e difficoltà che si intercettano a vicenda. Sotto il tendone si vive una grande armonia, come una fratellanza, perché il pubblico dei Verdena è qui non solo e non tanto per la musica. È qui perché si tratta di un appuntamento generazionale, il ritrovarsi a casa dopo sette anni di peregrinazioni.

Sofia è umbra, lo si coglie dalla parlata, ma studia a Milano. Mentre cerchiamo di orientarci nel vasto parco Nord mi racconta che è tornata dal Portogallo (Erasmus) apposta per i Verdena. "Sì, cioè, così vedo anche i miei, c'è il ponte...". La sensazione è esattamente questa: nessuno dei presenti avrebbe mai potuto perdere questo concerto, perché è come un checkpoint della vita. Come stiamo maturando? Noi, generazione dei Verdena?

Ottima domanda, più difficile la risposta.

Non benissimo, direi con un eufemismo. Se guardiamo Alberto Ferrari sul palco, cosa vediamo oltre a un ottimo musicista? Un satiro indiavolato, un funambolo della chitarra che tuttavia lotta per avere qualcosa da dire, e difficilmente lo trova. È il solito Alberto, non è cambiato, ma porta sulle spalle più anni, più stanchezza, il tocco magico della gioventù lascia il posto a un mestiere sempre più solido e affinato, ma anche meno impattante, meno acuminato.

Si parla tanto dei suoi testi. Quello che vorrei sottolineare è che la "mancanza di senso" non è mai stato un problema. Ascoltando Viba, Valvonauta, Luna e gli altri classici ogni persona un senso l'ha trovato. Anzi, questa scarsa consequenzialità delle parole e dei versi è semmai elemento distintivo e di plusvalore perché incarna il decadimento dei significati che la generazione Verdena ha vissuto e vive. A ognuno quelle canzoni dicono qualcosa di diverso, basta una frase, due o tre parole che emergano dalle nuvole di distorsioni. È sufficiente questo, non pretendiamo un De André.

Essere riusciti a dare un suono coerente, ricco, evoluto a quei ragazzi o giovani cresciuti a cavallo dei due millenni è già un traguardo invidiabile. Hanno azzeccato le musiche per il film della nostra vita (o della nostra gioventù, che è molto lunga).

Alberto e i Verdena oggi non hanno davvero niente di nuovo da raccontarci o anche solo suggerirci. Sono adulti, ma non abbastanza vecchi per cambiare prospettiva. Quando suonano le (molte) canzoni nuove la sensazione è di una macchina rock-quasi-metal poderosa, stratificata, deflagrante. Ma quasi nessuno le canta, e non solo perché non sappiamo ancora bene i testi. Sono brani quasi incantabili, con melodie contratte, ritornelli brevi. Ferrari recita sul palco i suoi testi come un clown dell'inferno. Con quel baffo. A confronto, i pezzi del passato scorrono come acqua fresca, melodie rotonde, giri facili, aperti.

La sensazione corroborata dal concerto è quella di un burbero con i suoi sodali che ha deciso di fare le cose più difficili, più strette e spigolose rispetto al passato. E alla fine ci va bene così. Perché tutto sommato l'esibizione mostra una coerenza e al contempo una varietà che poche band italiane possono permettersi. Si percepisce un'evoluzione (o involuzione, insomma un cambiamento), è evidente a tutti quando sta partendo un brano di Wow oppure uno del 1999. Ma non c'è mai un calo vero, un vuoto, un tradimento. È per questo motivo che i Verdena sono i Verdena e sette anni dopo fanno quattro sold out all'Estragon. C'è una fiducia totale tra pubblico e musicisti, il rito si ripete quasi inalterato, solo un po' più stanco: il rischio di finire a imitare se stessi balena nella mente solo un attimo, ma svanisce subito. Suonano con le corde dell'anima.

Invecchiare in fondo è questo. Ripetere se stessi all'infinito con qualche variazione, con maggiore tecnica ed esperienza, ma magari con meno coraggio e incoscienza.

Suona Viba e mi guardo intorno, vedo gente felice, sorrisi e danze. Ancora abbiamo le forze per pogare e saltare, e i Verdena lo sanno. Forse l'unica pecca la trovo nella scelta di chiudere con due pezzi nuovi (Sui ghiacciai e Volevo Magia) che nessuno canta e che non fanno esultare, sinceramente. Le canzoni vecchie mettono i brividi, praticamente Alberto potrebbe anche non cantare (dal pubblico anche le seconde voci, impeccabili). Al contrario, il brano eponimo dell'ultimo album, in chiusura, mostra la cattiva strada che potrebbero imboccare. Quella del virtuosismo rock, quasi una versione nostrana dei Motorhead, senza più una goccia di sentimento, nemmeno una parola da conservare. E allora, se così sarà, rimpiangeremo anche le assurde frasi sconnesse di Alberto.

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