I W.A.S.P. (“we are sexual perverts”, tradotto “siamo dei pervertiti sessuali”) del leader assoluto Blackie Lawless, qui di nuovo con il fido Chris Holmes alla sei corde, si erano già proclamati da anni come i veri signori dello “shock rock” al momento di scrivere questo “Helldorado”, loro ottavo disco in studio.

Potete chiedere a qualunque fan della band e nessuno vi risponderà che questo è uno dei suoi album preferiti anzi, di certo, molti di loro lo riterranno uno dei punti più bassi della loro carriera, con la critica e le vendite mediocri pronte a rafforzare ulteriormente il giudizio negativo.

Questo nonostante che la band, nelle parole dello stesso Blackie nel presentare “Helldorado”, abbia cercato di tornare alle origini. Anzi alle origini delle origini, ovvero a quei primi demo tapes ancora più ruvidi e sporchi nei suoni di quello che sarà il loro omonimo esordio targato 1984. Un tentativo di tornare a quello spirito e a quell'attitudine giovanile senza tanti trucchi da studio, rincorrendo una produzione scarna che accompagnasse i tre soliti accordi sparati a tutta.

Bisogna quindi dire che, se queste erano le (modeste) premesse, il gruppo di pervertiti ci è riuscito quasi appieno, sfornando un disco onesto, fuori tempo massimo per ogni cosa, anacronistico come piace a tanti metallari e sicuramente divertente, sporco e cattivo.

Nel corso della scaletta ogni brano (a parte “Damnation Angels” e “High On The Flames” in cui si tira un po' il fiato) è più grezzo e potente (nonché simile) di quello che lo precede e questo giochetto non annoia e funziona quasi fino alla fine, con una “Saturday Night Cockfight” che spezza l'idillio nel suo essere esageratamente scontata.

Per il resto l'album è pieno di uptempo sparati in faccia, con la voce sgraziata di Blackie pronta a tutte le urla, gli “yeah” e gli “oh” che il mestiere richiede in questo caso.

Un intro teatrale alla Alice Cooper ci dà il benvenuto con “Drive By” dove si avvisa la gentile clientela di quello che la aspetta: una cavalcata spacca testicoli lungo l'autostrada per l'inferno sulle orme degli AC/DC.

Si monta in sella e le urla sguaiate del cantante prendono il via, come il rombo di un motore “smarmittato” a tutta potenza, verso cori da stadio che si ripetono più e più volte con successo nella title-track, rischiando in altri casi di scadere nella prolissità.

Comunque tutto l'ipotetico primo lato tiene botta grazie all'atmosfera festaiola di “Don't Cry (Just Suck)”, dal testo vizioso da tipica band street di Los Angeles e un coro da cantare a squarciagola, al country bastardo e metallizzato di “Damnation Angels” (che ricorda certe cose dei Cinderella) e all'altra party song “Dirty Balls” che, pur nel suo essere misogina, non può non far sorridere.

L'album continua così, con tanta carica e il rischio di ridondanza nei cori sempre dietro l'angolo, con una “High On The Flames” che si segnala tra le altre per un passo più cadenzato e la voce che cerca in parte una nuova via per modularsi un minimo, mentre il chitarrismo continua a essere devoto ai padri australiani (non ripeto il loro nome) fino al termine, allorquando “Hot Rods To Hell” (che in un primo momento doveva dare il titolo al disco) gioca con il rock 'n' roll, riprendendo e variando in minima parte l’iniziale “Helldorado”.

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