Indubbiamente il più felliniano dei film di Allen (insieme ad "Accordi e disaccordi"). E un film "sul" film che si rivela, alla fin fine, un film "nel" film, secondo uno schema che, se non è proprio del tutto inedito, è comunque sempre svolto a livelli stilistici interessantissimi e, dovuti i riconosciuti 'credits', anche originali. Il tutto è infatti sapientemente condito dallo "stile Allen"; stile per alcuni folli modesto, per pochi irrilevante e, per fortuna, per moltissimi geniale.

Film stranamente ed ingiustamente ritenuto serioso e minore, "Stardust Memories" è un piccolo gioiello, quali sono quasi tutte le opere alleniane che il regista ha voluto fregiare del bianco e nero -che è un ricamo più che un escamotage- che Woody sembra aver voluto conservare per le opere più care, più intimiste, più apparentemente piccole e, in qualche modo, più toccanti. Qui si fellineggia pesante nell'uso della camera, nei primi piani delle classiche "facce" (stile ben canzonato a suo tempo da Arbore in FFSS, ma non per questo meno "stile", meno originale e meno intrinsecamente divertente) nonché in un certo tipo di struttura narrativa, che taglia l'andamento classico del film con parentesi oniriche, fantastiche o magiche, perfettamente inserite e congrue, pur dietro un'apparente e folle estraneità all'insieme (splendido il bambino rosso con gli occhiali, il solito, che dal nulla alza il pugno e vola via alla superman). Ma anche il fellineggiamento è, come dicevo, in salsa Allen. Le battute sono sue, le situazioni pure, a partire dai classicissimi intrecci amorosi e innamoramenti plurimi, clandestini e consecutivi, vero classico ripetuto infinite volte senza mai crear noia o vera e mera ripetizione. Qui si aprono gli anni ottanta e Woody è un regista apparentemente in crisi, autobiograficamente schiavo dei primi genialissimi film comici, che il pubblico vorrebbe ripetuti all'infinito, alla nausea, quando lui sente di non averli più dentro, dimostrando nei fatti, e genialmente, il contrario. Sì, perché Allen non riesce a non offrire la battuta spontaneamente, in maniera assolutamente naturale: qui, come sempre, le battute sgorgano una dietro l'altra, semplicemente in un quadro diverso dal solito, inserite come sono in una fotografia al contempo algida e caldissima, onirica ed iperrealista.

Un Allen geniale e solo apparentemente sofisticato. Il solito uomo con un cappotto diverso, o il solito quadro con la cornice diversa. Ma non ci si può lamentare, quando il quadro, o l'uomo, sono perfetti. Da lì in poi Woody Allen cambierà: i film meramente e schiettamente comici lasceranno il posto a opere più complesse, molto più (e meglio) costruite, ma egualmente comiche di fondo. Si accusa spesso il regista d'iperproduzione. Il giorno, più lontano possibile, che resteremo orfani pure di lui, sarà un'iperproduzione che mancherà. Nella memoria, però, rimangono soprattutto i primi piani di Charlotte Rampling, di una bellezza capace di sconvolgere un uomo. O, almeno, me.

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Altre recensioni

Di  uxo

 Io non voglio fare film comici, loro non mi possono costringere. Io non mi sento comico. Io mi sto guardando intorno e non vedo che umane sofferenze.

 La sequenza di Allen è metaforica in modo diverso, ha a che fare con la sensazione di trovarsi in un treno di falliti, sporchi, destinati a vivere una brutta esistenza.