Prima di iniziare una premessa...
Ho dovuto ordinare Yesshows al mio negozio di fiducia, e quando ormai lo sentivo tra le mie mani, pronto a gustarmelo per bene, mi arriva una chiamata che mi dice: momentaneamente è fuori catalogo, dovrai aspettare un mesetto ancora. MI VOLEVO UCCIDERE! ...ma dopo una lunga attesa di 30 gironi e passa vado a ritirarlo e corro a casa per metterlo nel lettore cd ed esso mi catapulta direttamente nel 1976, fra gli spalti della Cobo Hall di Detroit, dove è stato registrato l'album.
Il nostro viaggio inizia con la coinvolgente "Parallels", tratta da Going For The One: la breve esecuzione del brano (7 minuti non sono niente a confronto di quello che ci aspetterà dopo...) risalte le abilità tecniche di Alan White, ceh esegue frequentemente rullate eccezionali che rendono il tutto piu' orecchiabile; ora però dobbiamo fare un passo indietro e tornare agli albori di questa Band, grazie alla non eccelsa (a mio parere..) "Time And A Word": non eccelsa perchè nell'esecuzione qui presente, verso la metà del brano, c'è un'improvvisazione di Moraz che rovina la parte finale del brano, che comunque rimane piacevolissimo ed orecchiabile.
Entriamo ora nel cuore di questo album, grazie alla straordinaria "Going for the One", la quale non merita commenti essendo addirittura migliore di quella in studio, grazie alla indescrivibile performance vocale di Jon Anderson, a cui è assegnato il compito di introdurre la celeberrima "The Gates Of Delirium", in assoluto il mio brano preferito degli Yes (non a caso Relayer è il mio disco preferito del gruppo ). Ci vorrebbe una recensione a parte per descrivere questa suite, composta di quattro motivi: L'inizio è magnifico, con tutti gli strumenti che fanno da supporto all'esecuzione vocale di Jon, che ci porta in fantastici mondi al limite della conoscenza umana. La suite continua attraverso la sua parte centrale, interamente strumentale, che viene ad arricchire notevolmente la versione presente su Relayer; entriamo ora nella parte finale della traccia, dove ricompare nuovamente la voce di Anderson a concludere questo indescrivibile motivo. Il risultato di tutto ciò è questo viaggio di 23.05 minuti, che conclude benissimo il primo cd.
Interrompo per qualche secondo la lettura del Signore Degli Anelli, per inserire il secondo cd. Il nostro viaggio riprende con "Don'T Kill The Whale", tratta da Tormato. Nell'esecuzione qui presente, la traccia lascia spazio agli assoli di tastiera di Moraz, accompagnato da White e da Squire, che nel finale esegue un eccezionale assolo di chitarra, che introduce le due suite di questo secondo cd: sto parlando di "Ritual ( Nous Sommes Du Soleil) Pt.1 e Pt.2- Per il momento occupiamoci della prima, e c'è da dire inanzitutto che ora alla tastiere c'è Wakeman (dato che è una registrazione del 1978). L'infinita suite si dirama inizialmente attraverso le tastiere con degli assoli impressionanti, poi fa capolino sulla voce di Jon che lascia a sua volta spazio ad un mini assolo di batteria di White che fa reintroduce le tastiere per cominciare la seconda parte della suite: qui accade davvero di tutto (anche perchè la prima parte era di 11 min. mentre questa è di 18) infatti dopo le consuete tastiere, riprende un violentissimo assolo di chitarra che è applaudito di continuo nel sottofondo. Piacevole anche il richiamo a Close To the Edge, che funge da finale per queste due suite pazzesche( e ripeto .....PAZZESCHE!!)
Purtroppo per noi giungiamo al termine dell'album, con una lancinante versione di "Wonderous Stories", molto ma molto piu' breve di quella in studio (3.54 min. solamente).
Vorrei concludere dicendo che ho scelto di recensire questo disco perchè riguarda la parte della carriera degli Yes che conosco di piu', ma soprattutto perchè i brani dell'album sono tratti principalmente dai loro dischi che preferisco (Relayer, Going For The One....ecc.ecc.). Ora aspetto solo il vostro parere. A presto!
«Parlare di Yes implica parlare, fra gli altri, soprattutto di Chris Squire»
«Un manipolo di meravigliosi artisti - più di chiunque altro - rappresentano fedelmente l'anima del progressive rock negli anni, dall'estasi al purgatorio e ancor oltre verso la magnificazione.»