Copertina di Yes Yesshows
Pibinthegreen

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Per appassionati di progressive rock, fan storici degli yes, musicisti interessati ai live storici e cultori della musica rock anni '70.
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LA RECENSIONE

Quanto adoriamo gli Yes! Green provò l'emozione di parlarne con il bellissimo live "Yessongs "; Pibroch ci andò vicino con l'ABWH del 1987, ma - parole sue - "mancava un tassello prezioso, una pedina insostituibile: uno spilungone dalla chioma invidiabile, dal soprannome ittico, dai costumi medievali e dal lungo Rickenbacker, candido come la sua arte". Parlare di Yes implica parlare, fra gli altri, soprattutto di Chris Squire; descrivere un loro album - peraltro insieme - ci rende finalmente soddisfatti.

"Yesshows": qui ebbero inizio i tempi degli orribili ma originali palchi circolari rotanti, dei microfoni appesi al soffitto, delle chitarre in mano al cantante Jon Anderson, dei tastieristi svizzeri;  qui ebbero inizio gli Yes che divisero il pubblico, ma che riuscirono a mantenersi sempre su livelli più che dignitosi. Un live che per molti fu il catalizzatore che rese meno difficoltosa la digestione dolorosa dovuta dell'inglobamento dei fautori della "Bubblegum Music" all'interno della formazione.

Fu infatti poco dopo l'uscita dell'ottimo "Drama" che fu pubblicato "Yesshows", il secondo album live ufficiale degli Yes, il quale raccoglie il meglio delle esibizioni dal vivo della seconda parte degli anni Settanta. Di Horn e Downes non c'è nemmeno l'ombra, purtroppo o per fortuna, e molti dei classicisti videro questa mossa come un sollievo, una mera ma gradita operazione commerciale. Live a Rotterdam, a Wembley, a Francoforte e a Detroit, gli Yes presentano qui una raccolta di varie date prese dai tour di supporto all'ultimo trittico dei Seventies, ossia "Relayer", "Going For The One" e "Tormato", fra il 1976 e il 1978.

"Firebird Suite" del maestro Igor Stravinsky apre le danze come nel precedente capitolo live, questa volta unendosi con molta più armonia ad un brano della caratura di "Parallels", che sembra essere la versione in studio spiccicata, se non fosse per il vocio entusiasta del pubblico alla fine. 

Ci si tuffa quindi con un salto carpiato nelle acque cristalline del passato, ove la dolcezza ed il lato più romantico degli Yes riemerge a prendere una boccata di aria con "Time And A Word", dall'album omonimo, impreziosita stavolta dai tasti manovrati abilmente da Mago Wakeman, insieme alle armoniose trame all'elettrica di Howe. Peccato solo per il piccolo fischio che si sente, ma anche questo fa parte delle peripezie dal vivo.

Jon Anderson e Chris Squire formano il consueto team vincente alle voci, specialmente se il lavoro in questione è "Going For The One", ove i nostri si sgolano letteralmente per poter sovrastare la slide guitar. Si giunge poi per paesaggi fantastici e dalle forme bizzarre disegnate da Roger Dean verso i Cancelli del Delirio, "The Gates Of Delirium" per chi mastica l'inlgese, in mezzo a speroni di roccia vittime di strane erosioni e creature fantastiche, ove lo spirito Yes è incarnato dallo svizzero Moraz, che sembra in realtà rimpiazzare Wakeman nella maniera più consona. Paradisiaca come in studio, se non fosse per qualche leggera sbavatura della voce di Jon Anderson, poco sostenuta nei cori iniziali da Chris Squire, che è in realtà impegnato a smanettare il basso al meglio delle proprie potenzialità, fino a quando impazza su ogni fronte del palco la battaglia centrale, difficile da ricreare dal vivo, ma che per gli Yes è ordinaria amministrazione. Non stupisce che il dovuto ed entusiasta applauso arrivi colmo di ammirazione quando inizia la sviolinata parte chitarristica "Soon", con il suo candido incedere fino alla fine del brano, ove Steve Howe commuove la "Concert Hall" di Detroit, per non parlare della sontuosa prestazione vocale di Jon Anderson.

Mi delizio con il secondo ellepì, dunque; esso racchiude una terna di capolavori che videro anch'essi la luce nell'arco di un lustro. Il primo brano è un piccolo gioiello, spesso ingiustamente sottovalutato: si tratta di "Don't Kill The Whale", caposaldo del controverso "Tormato", long playing del 1978 che da trent'anni divide i fan del gruppo inglese e che mi vede assolutamente tra i sostenitori.

Il brano è uno splendido hard rock dalla grande intensità, sorretto dalla lancinante chitarra di Steve Howe e dalla acuta, sebbene solida, voce di Jon Anderson; sempre intonato, il grande cantante in sede live viene tuttavia penalizzato dal forte volume degli strumenti astati e, parere personale, non raggiunge la perfetta resa che caratterizza i lavori in studio degli Yes, anche a causa di qualche sbavatura.

Trascinato dal lavoro magistrale del basso di Squire, vero e proprio cuore pulsante del gruppo, e culminante nell'irresistibile assolo di Wakeman e nello splendido finale corale, il brano (registrato durante il tour di "Tormato", peraltro ultimo album in studio con il biondazzo alle tastiere) sfuma in qualche minuto di cazzeggio francamente evitabile, nel quale Jon Anderson, in una pseudo-jam puramente "Yesstyle" introduce l'incombente suite che sarà. O, meglio, che fu, due anni prima.

"Ritual (Nous Sommes Du Soleil)" è il quarto dei racconti dell'Oceano Topografico, sicuramente il migliore, spesso l'unico apprezzato da una larga fetta dei fan che vedono il colossale doppio come un mostro degenerato e degenerativo. A mio parere, ed il buon green sarà d'accordo, forse i "Tales" sono la summa dell'intero movimento progressivo, sorta di magistrale punto di non ritorno.

Il brano presente su "Yesshows" risale al tour del 1976 e presenta dunque il validissimo Patrick Moraz alle tastiere: l'impronta dell'elvetico è evidente nelle sue accelerazioni e nella sua furia strumentale, che peraltro han reso immortale l'allora recente "Relayer". La suite, perfetta nella sua struttura dapprima delicata e soave e poi roboante nel suo crescendo, è resa sul palco con incredibile maestria, sebbene purtroppo penalizzata dalla sciagurata - per quanto inevitabile - scissione vinilica. In particolare la seconda parte, fondata sul meraviglioso pilastro rumoristico (ove alla batteria perentoria di Alan White si uniscono le percussioni di Anderson ed i timpani percossi da quel genio di Squire), sulla strepitosa ripresa del cantato e sull'assolo finale di Howe, è un momento di estasi musicale di rara ed inaudita intensità, lucido sussulto dell'anima.

Il quarto ed ultimo lato del pregevole live è infine concluso da una perla. "Wonderous Stories", scritta da Anderson, è spesso la meno considerata delle composizioni dell'ottimo "Going For The One", eppure la sua melodia incredibile e la trama degli strumenti costruiscono un piccolo gioiello di arte musicale. La resa dal palcoscenico (la registrazione risale al tour di "Tormato") non tradisce affatto le attese: Wakeman è un fromboliere, il controcanto di Squire è avvolgente, Anderson veleggia sugli scudi della sua voce cristallina, lambendo in un brivido la pelle ormai d'oca dell'ascoltatore ammutolito.

Il progressive è stata un'esperienza breve, intensa, viscerale nel suo evolversi e perentoria nella sua implosione. Un manipolo di meravigliosi artisti - più di chiunque altro - ne rappresentano fedelmente le sue fasi, le sue emozioni, la sua stessa anima negli anni, dall'estasi al purgatorio e ancor'oltre verso la magnificazione.

Sono gli Yes.  

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Riassunto del Bot

La recensione celebra Yesshows, il secondo live album ufficiale degli Yes, raccogliendo il meglio delle loro performance tra il 1976 e il 1978. Viene evidenziata l'importanza di Chris Squire e delle composizioni classiche, oltre alle magiche performance di Jon Anderson e Steve Howe. Il live riflette l'evoluzione del gruppo nel periodo di massimo splendore del progressive rock. Nonostante qualche piccola imperfezione dal vivo, l'album è definito un capolavoro emozionale e un must per gli appassionati del genere.

Tracce testi

Yes

Gli Yes sono una delle band simbolo del progressive britannico, fondati nel 1968 a Londra da Jon Anderson e Chris Squire. Famosi per suite epiche, una quantità industriale di cambi di formazione e per le copertine visionarie di Roger Dean, hanno scritto la storia con dischi come 'Close To The Edge', 'Fragile', 'Relayer' e (volendo litigare) anche per il periodo pop.
57 Recensioni

Altre recensioni

Di  sarced

 MI VOLEVO UCCIDERE! ...ma dopo una lunga attesa di 30 gironi e passa vado a ritirarlo e corro a casa per metterlo nel lettore cd ed esso mi catapulta direttamente nel 1976.

 Le due suite pazzesche... (e ripeto .....PAZZESCHE!!)