Copertina di Alvin Dahn It's Time
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Per amanti della musica outsider, curiosi di biografie non convenzionali, chi cerca storie di resilienza e passione controcorrente.
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LA RECENSIONE

Alvin Dahn o della parabola dei talenti.

C’è questa storia che sta lì, nel Vangelo di Matteo, che racconta di un padrone che se ne va in viaggio e lascia i suoi talenti d’oro a tre servi; cinque al primo, due al secondo e, al terzo, solo uno. I primi due corrono al mercato, scommettono, sudano, scalpitano e raddoppiano il mucchio. Ma il terzo ha i brividi nelle ossa. Ha paura del padrone, paura di fallire e di perdere quel poco che stringe nel pugno. Così scava una buca profonda e nasconde quel misero talento dorato e, al ritorno del suo signore, gli dice:

“Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.” (Matteo, 25, vv. 24-30).

Così vanno le cose col Signore: a chiunque ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.

Doni e talenti non sono divisi in parti uguali ma elargiti a caso, a chi con dovizia e a piene mani e a chi con crudele avarizia. E che si stia parlando di oro o di attitudine, ingegno o fortuna poco importa, inutile cercare di darne un senso ed io ho smesso da tempo di provarci. Il Signore o il Fato (o chi per Lui) gioca a dadi con le nostre vite e – secondo me – si diverte pure nel farlo.

Una roba così puoi accettarla solo se hai Fede. E Alvin Schuyler Dahn bruciava di fede: fede in sé stesso, nel suo talento e nel suo Signore ed era interamente posseduto dal suo dáimōn. Così Alvin getterà sul piatto anche quello che non gli era stato dato, convinto che il cielo avrebbe pagato il resto del conto. Uno così o è un santo o un folle. E io non ho mai saputo distinguere le due cose.

Tutto era cominciato quando, a 9 anni, qualcuno gli aveva messo un violino fra le mani e, con quel pezzo di legno suonante, arrivò anche il demone che lo avrebbe posseduto per tutta la vita; Alvin affermava di saper suonare almeno cinquanta strumenti ma sarebbero potuti essere cento o forse nessuno, che importa? Se senti il soffio del vento, non chiedi mica al vento se ha preso lezioni di flauto.

Nel ’74 tirò fuori il suo primo 45 giri, "I Left My Yo-Yo Back In Nashville b/w Blue Girl", registrato e pubblicato su un'etichetta privata locale. Poi, nel ‘76, si inventò una sua etichetta – la Sky-Child Records – e una sua band – la Alvin Dahn Band – e ci riprovò di nuovo: un altro 45 gg. "404 b/w Free Rolling Man”. Billboard lo recensì e la Big Three Music, la divisione stampa di EMI, sembrò interessata a stampare un possibile terzo singolo. Ma, poi, tutto finì lì.

Ecco, Alvin non era esattamente il tipo sul quale sembrava il caso di fare scommesse. Era tutto sbagliato il nostro Alvin, grigio ed anonimo, scombiccherato e storto e, per sovrappiù, con un’asma bronchiale che azzoppava del tutto quel suo cantare incapace di andare in accordo con gli strumenti.

Ci si era davvero divertito ben bene, il Signore, con lui! E, così, persino la fede incrollabile del nostro Alvin dovette cedere.

A Buffalo, il vento freddo arriva dal Lago Erie e sembra tagliarti la faccia, è un freddo che non perdona e ti ricorda tutti gli errori che hai fatto. A Buffalo Alvin, prima prova a lavorare per un’agenzia funebre poi trova un posto da inserviente scolastico e si sposa. Alla fine, anche lui, come quel servo pauroso, sembra aver sotterrato il suo talento nel fango ed essere sceso a patti coi suoi demoni.

Ma a provare a stare in equilibrio nel posto sbagliato è quasi sicuro che, prima o poi, inciampi. E allora ecco un divorzio devastante e una rabbia sorda che cresce dentro. E quella rabbia riaccende il fuoco sopito così, Alvin, manda tutto affanculo: basta pulire aule sporche dei resti delle vite di altri, basta essere invisibile, fanculo sua moglie e quello che se l’è portata via! Il suo dáimōn non vuole morire, nella testa di Alvin suona, da sempre, una musica che è un canto per i dimenticati, lui sarà il nuovo Lennon o il nuovo Dylan. Alvin LO SA, Alvin LO SENTE!

C’è un filo sottile steso tra coraggio e follia e Alvin ci si butta sopra. Molla il lavoro, prende tutto quello che ha da parte e trova il modo di farsi prestare il resto. E con quei soldi, in un bel giorno dell’anno del Signore 1991, si presenta ai Mark Studios di Clarence, NY.

E allora succede questo: un uomo che non sa cantare — e quando dico “non sa cantare” non intendo che è stonato, intendo proprio che vive fuori dalle regole della musica: Alvin canta come se il mondo non esistesse. Canta ignorando il tempo, ignorando la tonalità, ignorando perfino gli altri musicisti. E’ come se seguisse una musica che solo lui può sentire. Una musica interiore, disallineata, testarda, indomabile — quest’uomo decide che quella voce, spezzata dall’asma, merita i violini. Decide che il suo sogno merita un’orchestra vera, la Buffalo Philarmonic, professionisti, gente che la musica la mastica da tutta la vita. È come se uno che gioca a pallone all’oratorio decidesse, un giorno, di convocare la nazionale. Eppure Alvin lo fa.

I tecnici ridono. Non per cattiveria — o forse sì, all’inizio. Perché è troppo. Troppo fuori. Troppo sbagliato. Troppo tutto. Ma poi, piano piano, succede una cosa strana. Smettono di ridere. Perché sotto quel caos, sotto quelle note che non stanno mai dove dovrebbero stare, c’è qualcosa che non puoi fingere. Una fede. Una convinzione assoluta.

Sessioni infinite. Ore e ore di discussioni con l'ingegnere del suono, Fred Betschen. "Ancora una, Fred. Non era perfetta". Quarant'anni di vita condensati in una richiesta di retake. Ciò che ne viene fuori è un caos intitolato “It’s Time”.

“It’s Time” è un disco che sembra non andare da nessuna parte, Alvin salta dal rock alla disco, dal pop alla classica, come un naufrago senza bussola. Certo, sfidare i confini dei generi è il marchio dei grandi, di chi abbraccia il disordine per farne bellezza; nel nostro caso, però, quel caos era figlio di un'assoluta cecità artistica. Ma, vedete, la musica è una strana signora. Se la corteggi troppo con la tecnica, a volte si annoia e se ne va e, così, dentro “It’s Time” ci sono almeno due gemme preziose: una è “The Devil’s Candy” e l’altra è “Don’t Throw Your Dreams Away”.

“Don’t Throw Your Dreams Away” non è una canzone. È una supplica, un comandamento. È la preghiera di un uomo che prende quello che resta della sua vita e lo lancia contro il cielo, come a dire: “Io ci ho provato. Io ci ho creduto”. E allora la domanda diventa un’altra. Conta di più riuscire o provarci fino in fondo?

Alvin Dahn ha lanciato la sua sfida al cielo e al Fato annoiato che gioca coi suoi dadi, ma il prezzo che ha dovuto pagare è stato altissimo. I soldi finirono così, di colpo, troppo presto. Il disco non fu completato e fu impossibile pubblicarlo ufficialmente o distribuirlo in alcun modo. Alvin scivolò – di nuovo ma ancora più profondamente – nel buio. Perse tutto: la casa, il lavoro e tutto il resto; schiacciato dai debiti finì a dividere il pane in un rifugio per uomini a Buffalo.

Finito.

E, invece adesso arriva un tizio che si chiama Geoffrey Giuliano.

Geoffrey Giuliano è un personaggio dalle mille vite: da biografo ufficiale dei Beatles ad attore di fama mondiale grazie a Netflix, uno che ne ha provate tante e che di storie ne ha viste. E Giuliano capisce. Capisce che Alvin è "l'eroe della propria vita, un'ispirazione per chi ha avuto tutto, perché lui non ha avuto niente ma ha creato un mondo".

La leggenda narra che un tecnico che stava registrando il disco di Alvin lo chiamò al telefono mentre si stava letteralmente rotolando sul pavimento della sua cabina cercando di non ridere. “Non hai mai sentito una cosa del genere”.

Ora su Wikipedia e su qualche sito, si narra che Geoffrey Giuliano, a quel punto, abbia deciso di produrre il disco di Alvin. Notizia sbagliata (tanto per cambiare), ma è vero che Giuliano lavorò ad un documentario su Alvin, “Let Your Mind Out to Play”. E, questo fece sì che la cosa arrivasse alle orecchie di Irwin Chusid che stava facendosi un nome - e anche un po’ di soldi - con le sue compilation di “outsider music”.

Era evidente che Alvin era perfetto per quella roba lì ma Chusid scelse proprio una delle canzoni più improbabili di quel disco: "You're Driving Me Mad", un pezzo hard rock che Alvin compose mentre si separava dalla moglie (una separazione molto dolorosa). Il pezzo più sbagliato, più lontano dalla poetica di Alvin che si potesse scegliere. L’effetto furono le solite grasse risate (ed io sospetto che, alla fine, a Chusid questo interessasse: fare scalpore, mostrare i freaks, farsi due risate, piuttosto che supportare – davvero – questi musicisti), si andò da chi lo sfotteva chiamandolo Dahn Halen a chi parlò di “un pezzo metal cantato da Ned Flanders”.

Oggi Alvin non suona più, all’asma si è aggiunta l’artrite, anche se dice di avere un sacco di nuove canzoni nella testa, sta in un posto che si chiama Tonawanda, nei dintorni di New York, ha una nuova compagna – Rose – e nel 1998 ha scritto e interpretato "Healing Miracles" per un programma televisivo cristiano via cavo, omonimo, andato in onda fino al 2010.

Insomma questa non è una storia di successo e, forse, nemmeno di fallimento. È la cronaca di una fede ostinata. Alvin non ha avuto successo. Non ha avuto classifiche, tournée, applausi. Ha avuto debiti, silenzi, porte chiuse. Ha avuto notti lunghe e giorni uguali. La musica di Alvin Dahn va accolta così com'è: un errore meraviglioso che brilla di luce propria. Qualcosa che non si riesce a definire, ma che resta. Una specie di eco. Un’eco stonata, certo. Imperfetta

Quella parabola nel Vangelo di Matteo, quella dei talenti narra che il padrone torna e chiede i conti. E cosa porti a Dio quando la tua musica è un caos e la tua voce è un lamento stonato? Porti l'unica cosa che conta: il fatto che ci hai creduto fino all'ultimo centesimo, fino all'ultima nota fuori tempo. C’è una dignità nel fallimento che i santi conoscono bene. Che la grazia sia con Alvin e con tutti quelli che, nonostante il freddo di tutte le Buffalo del mondo, continuano a scrivere la propria musica.

E tu, cosa mostrerai al Signore quando tornerà a chiederti cosa ne hai fatto di quei miseri doni con i quali ti ha mandato a vagare nel mondo?

Io, da parte mia, gli dirò che li ho usati per procacciarmi il vino e le donne.

E non penso di averli sprecati.

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Riassunto del Bot

La recensione racconta la parabola artistica di Alvin Dahn, outsider musicale la cui fede e ostinazione lo hanno portato a sfidare fallimenti, debiti e solitudine. “It’s Time” è un disco imperfetto e caotico, nato da un’enorme passione, ma poco compreso. Più che album di successo, è testimonianza della dignità nel tentare fino in fondo. La recensione riflette sui doni distribuiti dalla vita e sul valore di credere nei propri talenti, anche a costo di cadere.

Alvin Dahn

Musicista outsider legato all’area di Buffalo/Tonawanda (NY). Dopo singoli autoprodotti negli anni ’70 e la sua etichetta Sky-Child Records, nel 1991 incide l’ambizioso ma incompiuto It’s Time con orchestra. Nel 1998 scrive e interpreta Healing Miracles per un programma TV cristiano via cavo (in onda fino al 2010).
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