Il mio sfortunato e rimpianto amico Eugenio, pianista ed organista provetto, adorava quest’album e col suo gruppo rock jazz ne eseguiva i due brani migliori, vale a dire “Bumpin’ on Sunset” e quello che intitola tutto il lavoro.
Il primo è la versione strumentale di un numero del chitarrista jazz Wes Montgomery, lunghissima, ma la si beve veramente in un sorso: si sublima in un pacato e sincopato melodizzare lungo la tastiera superiore dell’Hammond, mentre la sezione ritmica sta a rotolarvi il suo groove notturno. Particolarmente sexy la lunghissima serie di accordi che interrompe il mantrico caracollìo sui due unici (elegantissimi) accordi che prende buona parte della composizione. Proprio un brano da… scopata, con la lunghezza giusta per la medesima (undici minuti: non so voi, parlo per me in questo caso).
“Straight Ahead” invece ha delle liriche, inoltre è ben più vivace per via della chitarra ritmica funkeggiante e di un Auger sempre più convinto delle sue possibilità al canto, che qui gli riesce simpatico ed esortativo. Un lungo solo di piano elettrico provvede a portare il pezzo oltre i cinque minuti.
L’altra abbondante canzone, l’introduttiva “Beginning Again”, è più santaniana dei Santana, veramente. Ben due percussionisti, un conguero a sinistra e un timbalista a destra, percuotono a tutta birra e per tutto il tempo. Per quanto riguarda Brian, al tempo era nel pieno della sua fase Fender Rhodes, un piano elettrico che era riuscito in quegli anni ad interrompere il predominio del Wurlitzer e ad imporsi col suo suono più rotondo e campanelloso. Cosicché pare proprio di ascoltare un numero dei Santana di metà anni settanta, quando Carlos girava di bianco vestito, ogni tanto congiungeva le mani, andava sul palco circondato di jazzisti fra cui Tom Coster un altro convinto dal Rhodes. Sempre un piacere in ogni caso ascoltare, senza che si tratti dei Santana, un batterista in stretto dialogo con due percussionisti.
“Change” ha la stessa atmosfera funky jazz di “Straight Ahead” ma una marcia in meno in quanto a validità tematica. E’ l’unica occasione di quest’opera in cui Auger si lascia veramente andare all’organo. Ne esce un virtuoso sproloquio, ma sono nuovamente i due percussionisti a dare valore aggiunto picchiando bravamente le loro pelli, in una lunga coda che provvede a dilatare l’episodio oltre gli otto minuti.
Chiude la modesta “You’ll Stay in My Heart” uno stereotipato, se non altro breve riempitivo, banale sia di melodia che di testo, ma con l’ennesimo valido assolo di Rhodes. Tutto qui l’album: solamente tre pezzi lunghi, uno normale ed uno corto. Peccato, ma l’artista stava facendo uscire un disco all’anno e non era facile accumulare nuovo repertorio a quel ritmo.
Era d’altronde il periodo d’oro di Brian che, se non proprio giunto a sfondare verso il grande pubblico internazionale, era riuscito ad imporsi negli Stati Uniti presso i tanti appassionati di jazz e di rhythm&blues, ottenendo di poter effettuare regolari tournée e costruendosi un incancellabile seguito.
Infatti è là che abita, da tanti anni (Los Angeles). Se non è in California oppure in giro a suonare lo si becca in genere in Italia, dove tiene parenti da parte di moglie. Insiste a dire che l’Italiano sia la sua seconda lingua, ma è veramente uno strazio udirlo blaterare in anglo/sardo, posso testimoniare. Ascoltarlo invece guizzare creativo e sicuro sopra le sue tastiere è una gioia profonda.
Elenco e tracce
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