Copertina di Bright Eyes I'm Wide Awake, It's Morning / Digital Ash In A Digital Urn
holdencaulfield

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Per appassionati di musica indie e alternative, fan di cantautorato e sperimentazioni sonore, giovani ascoltatori curiosi di sonorità profonde e innovative
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LA RECENSIONE

Conor Oberst ha 24 anni (odio questo ragazzo). Talentuoso, certo. E incredibilmente arrogante: abbastanza presuntuoso da pubblicare, tempo fa, una raccolta di canzoni scritte quando di anni ne aveva 15. Abbastanza pieno di sé da presentarsi, in questo inizio 2005 freddo e avaro di uscite, con ben due cd (odio questo ragazzo).

Come sia andata è facile pensarlo: trovatosi con una ventina di canzoni per le mani, invece di fare come qualsiasi musicista sensato - sceglierne dieci e lasciare le altre nell'oblio - ha pensato bene di dividersele tra due pubblicazioni. In barba a un mercato discografico stagnante e pachidermico eccoli qua, allora: "I'm wide awake it's morning" & "Digital ash in a digital urn", album gemelli e ricercati già nei titoli. Trovatosi nell'imbarazzo di dover giustificare tale mossa di mercato, ha avuto un lampo di genio: dare ai due figliocci vesti produttive il più possibile opposte: tanto folk e minimalista il primo quanto roboante ed elettronico il secondo (odio questo ragazzo).
Dopo il successo del precedente "Lifted", il fanciullo Conor s'è guadagnato in sede di registrazione il permesso di pasticciare con miriadi di giocattoli sonori. Ovviamente, da bravo intellettualoide, fa di tutto per nasconderlo, ma non fatevi ingannare: dietro i suoni scarni e fragili del primo cd, dietro la babelica cattedrale di schiamazzi elettronici del secondo, è nascosta una produzione studiata almeno quanto quella dell'ultima Britney Spears (odio questo ragazzo).
Ma andiamo con ordine: "I'm wide awake it's morning" - l'album più "Bright eyes" del pacchetto - continua in un certo senso il percorso iniziato nel 1998 con "Letting off the happiness": piglio cantautoriale modello Bob-Dylan-Del-Nebraska corretto da virate epiche, testi chilometrici e intimisti, voce nasale e lamentosa. Qui decide però di abbandonare la registrazione lo-fi, preferendogli un'alchimia sonora che ricorda piuttosto tanto folk degli anni '70. Chiama addirittura Emmylou Harris, vecchia stella del country, a dargli manforte. Come se bastasse a fare un cd... (odio questo ragazzo).
Giri armonici da nulla costruiscono strutture minime; il resto è la sua voce efebica, la sua vita spiattellata in sussurri per 40 min di musica. Ascoltiamola:
"...You were born inside of a raindrop / I watched you falling to your death/ And the sun, well it could not save you / It had fallen down too, now the streets are wet..." "...But me I'm a single cell / On a serpents tongue / There's a mighty field / where a garden was / And I'm glad you got away / But I'm still stuck out here / My clothes are soaking wet / From your brothers tears...".

Sono solo alcuni stralci delle confessioni disarmanti di questo minuscolo omino montanaro (odio questo ragazzo?), che se non si tiene alta la guardia è capace di fregarti, di farti credere che quello che fa è sincero, che non è solo uno smorfioso poetastro che parla per metafore, che magari è qualcosa di più, un musicista, forse.
Rialziamo la guardia, allora, e passiamo al secondo cd.
"Digital Ash in a digital Urn" è un titolo che introduce bene a quello che ci aspetta: la Cenere - la morte - racchiusa in un'Urna di elettronica sovraccarica e assordante. Il primo brano è addirittura compendiario: una batteria potente e geometrica, wurlitzer e chitarre filtrate, la voce più metallica del solito, rumori di esterni campionati; è un manifesto d'intenti, lungo e pretenzioso. Per svariati secondi lo si sente semplicemente ansimare, affannato (odio questo ragazzo).
Quando la voce arriva, sussurra: "... death... data entry... ant hill law... encoded arc our common cause... drink liquid clocks 'til i see God... crystal display can't turn it off... shh... shh... don't talk... don't talk", ed è l'inizio sconnesso e inquietante di un labirinto funereo di suoni e voci.
Di nuovo sorgono dubbi, di nuovo abbasso la guardia, dimentico di stare attento, lascio che mi penetri sottopelle, a poco a poco. E se lasciato lì, indisturbato, se si dimentica di essere razionali e critici, succede che il cd acquista spessore col tempo. Ti cresce addosso, a livello puramente emotivo. Diventa musica, quasi poesia (odio questo ragazzo?).

Certo, è arrogante, presuntuoso, egocentrico. Ed è sicuramente una delle persone più insopportabili che abbia mai sentito parlare. E ogni cosa che fa, qualsiasi prodotto che esce a suo nome, può essere tacciato degli stessi, fastidiosi, difetti. Io odio questo ragazzo. Questo è chiaro.
Ma ancora non riesco a capire come faccia, ogni volta, a fregarmi. A fregarci. In che modo riesca a fare dimenticare, a chi ascolta, quel suo ego smisurato; in che modo riesca a spogliarsene per regalarci delle canzoni che sembrano fatte di aria, tanto sono costruite sul nulla.
Musicalmente niente di straordinario, vero, coperte di arrangiamenti ruffiani, verissimo, eppure si insinuano dietro i pregiudizi, schivano con sapienza l'odio e arrivano dritte alle sinapsi. E lì restano.

Basta dar loro un po' di tempo. E a Conor Oberst un po' di pazienza. Vedrete che ne varrà la pena. Credete di poterlo fare? Conor Oberst ha 24 anni. Alla fine, è solo un ragazzo. Che odio. Che adoro. Non so. Nel dubbio, lo ascolto.

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Riassunto del Bot

La recensione racconta l'uscita doppia di Bright Eyes nel 2005, evidenziando la divisione stilistica netta tra il folk intimo e minimalista di "I'm Wide Awake, It's Morning" e l'elettronica sperimentale di "Digital Ash In A Digital Urn". Pur criticando l'arroganza di Conor Oberst, l'autore riconosce la profondità emotiva e la complessità artistica dei lavori. Il duplice progetto cattura per la sua audacia e qualità, richiedendo tempo per essere apprezzato a fondo.

Tracce testi video

01   Time Code (04:28)

02   Gold Mine Gutted (03:56)

03   Arc of Time (Time Code) (03:54)

04   Down in a Rabbit Hole (04:33)

05   Take It Easy (Love Nothing) (03:20)

07   I Believe in Symmetry (05:24)

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08   Devil in the Details (04:06)

09   Ship in a Bottle (03:27)

11   Theme From Piñata (03:18)

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12   Easy/Lucky/Free (05:31)

Bright Eyes

Bright Eyes è un progetto/band indie rock statunitense nato a Omaha (Nebraska) nel 1995, guidato dal cantautore Conor Oberst con i collaboratori Mike Mogis e Nate Walcott. È noto per testi letterari e per un suono che spazia dal folk orchestrale all’elettronica.
14 Recensioni

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Di  NickGhostDrake

 Eppure poi ascolti "Lua" e che vuoi farci - l'amore è cieco.

 È talento puro quello che Oberst distilla, tonnellate di parole senza interruzione su spartiti folk-rock.