“Treasure” è il disco che consacra i Cocteau Twins come uno dei gruppi che meglio rappresenta la “dark wave” anni ’80, il loro genere viene poi ribattezzato come “dream pop”. In realtà non amo eccessivamente tutta la loro produzione ma “Treasure” è indubbiamente un capolavoro.
E’ molto difficile descrivere questo disco costruito in realtà su impalpabili evocazioni. Immaginate di essere raggomitolati sul terreno proprio in mezzo ad un bosco, c’è il sole ma la fitta vegetazione fa entrare solo qualche raggio di luce, immaginate di essere cullati da una voce che può diventare ora la cantilena di una bambina, ora il sussurro di una misteriosa creatura, ora la malia di una sordida seduttrice. Immaginate di sentire una calma assoluta fuori dal tempo e dallo spazio. Ogni volta che chiudo gli occhi mentre ascolto “Treasure” è questo quello che sento.
Gli strumenti perlopiù elettronici e le poche percussioni rimangono in secondo piano mentre lei, Elisabeth Fraser, costruisce un percorso di luci ed ombre. A volte la fonte d’ispirazione è l’oriente oppure sono le suggestive atmosfere medioevali “Ivo”, “Lorelei” e “Beatrix” aprono il percorso e lei, la Fraser, pronuncia parole sconosciute e si perde in ipnotiche litanie. Con “Persephone” tocchiamo quasi l’inconscio e l’oscurità per poi risalire alla luce con “Otterley” fino alla fortemente emozionale “Domino”.
“Treasure” è un disco senza tempo in sintesi, da scoprire ad ogni ascolto.
Uno sguardo sbagliato potrebbe mandarlo in frantumi.
È un unico Canto, un distillato di voce più anima che accarezza qualcosa in noi che non sembra essere corpo.
Fin dal primo ascolto siamo rapiti dalla potenza scintillante di “Treasure”, una magia che difficilmente è stata eguagliata nella storia.
Questa fiala magica. Perfezione formale, contenuti strabordanti ed un clima irripetibile fanno di “Treasure” uno dei dischi più importanti della storia del rock.
Dream-pop esoterico irradia di sabbia magica la polvere della realtà.
Note cristalline e spumose si infrangono sulla voce di una sirena; gorgheggi pagani e lunari che svuotano di significato le parole riportandole ad una primitiva purezza.
Treasure è un’opera che ha ormai perso tutti quei rimasugli “muscolari” a cui viene associato solitamente il macrogenero, verso un suono che trasuda eleganza e femminilità da tutti i pori.
Il disco del sogno per eccellenza perché ne ha tutte le caratteristiche salienti con il modo di cantare di Elizabeth che ricorda le tecniche automatiche dei surrealisti.