Comateens
Comateens

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And now The Comateens.

Oliver, Nick and Lyn

ci sono tre allegri newyorchesi,

hanno cromosomi con proteine di James Brown nel Dna

un’alterazione genetica in progress

la fanciulla però un debole per Bela Lugosi ed i B- Movie Horror

per quel sound retro analogico delle Farfisa.

Oliver il kosmiko sapeva che il Techno Pop aveva mosso i suoi felpati passi dai primi vagiti dei Tangerine Dream; anche se la sua cameretta da bohemien era ancora tappezzata da quei poster di Moroder, Le Chic e James Brown .

E cosa dire del my comic book fantasy, il techno pop allucinato si ma visionario dei Suicide, apripista di una serie infinita di band industrial avant garde electro clash techno Pop ; con queste peculiari caratteristiche la sentenza per il trio era inevitabile.

Voi tre allo Studio 54 non ci metterete mai piede neanche con la benedizione di Andy Warhol.

Ma se le selezioni nella vita, nei posti di lavoro, per entrare in quel rodeo so Cool and Stylish sono rigide,

la Musica è da sempre una esplosiva miscela di libertinaggio babilonese.

E per quali selezioni e gironi infernali si dovrebbe transitare per avere accesso nell’inferno dorato della New Wave da classifica, quel soffio gelido di latex, synth e vocoder, che si faceva largo tra i banconi della fredda alienazione newyorchese, perché di rimbalzo dallo Studio 54 si può anche soavemente approdare nella nebbia dadaista di Zurigo dove è in gioco la perfetta ossessione dei Cabaret Voltaire e quella estasi sintetica; oppure quella suggestione industrial dei Clock Dva, quelle tentazioni free jazz e quelle danze e piroette macabre per amanti solitari.

Perché in quella linea tracciata dal ritmo bianco di David Byrne e da quello nero di Nile Rodgers ci può essere spazio per un’altra linea più surreale, in direzione Was (Not Was) ed una in direzione James Chance, del resto senza contaminazioni e freddure che New Waver del menga saremmo.

E se tutte le bands post punk british ad un certo punto della loro decadenza vogliono infine anche loro spupazzarselo stretto quel sogno americano, il trio newyorchese in nero pare uscito dalla Nouvelle vague e con naturalezza abbracciare la Dolce Vita in Europa.

Ed in Ghost, loro primo remix il funk da minimalista si tinge di macabro, con macumbe di Farfisa che smorzano il ritmo alla bassline punk di Nick North, all’interno di flash art di Romeriana memoria ed in prossimità di una eterna The Night of the Living Dead.

E’ come sempre anche una questione di stile.

Di come vivere una città del cazzo come New York, se infine essere inseminati dagli Stooges o da Earth Wind and Fire.

Perché se trovi una musica che ti è entrata nel cuore, che ti ricorda una persona che hai perso definitivamente con una parte di te stesso, non hai più necessità di metterti in fila in attesa della selezione.

Quando si agita quella tavola dei ricordi, su quelle onde agitate del passato, il rischio di riscoprire l’amore per la giovinezza è sempre altissimo, è sempre forte il rischio di aprire quella retrospettiva di elevate performances e di poche e bastarde, scottature sentimentali; ma per i Comateens vale sempre la pena correre questo rischio .

Shut the door, Baby.

(A. Vega )

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