Nella recensione di oggi affrontiamo l’ultimo album di una band purtroppo sottovalutata nel panorama metal degli ultimi 35 anni, i Coroner. Formati in Svizzera nel 1983, essi iniziarono la loro carriera come band thrash metal ispirandosi alla musica di band connazionali come i Celtic Frost, e, proprio grazie a loro, essi suonarono spesso come band di supporto per questi ultimi. Nonostante album di grandissimo livello come Mental Vortex e Grin, la scena musicale svizzera degli anni 80 e 90 li lasciò sempre in secondo piano, forse per via del loro genere musicale (un thrash metal molto tecnico) che nel resto del mondo stava lentamente perdendo popolarità in favore di generi quali il grunge e il groove metal.
Dopo diversi anni di inattività, il 17 ottobre 2025 la band svizzera si riunisce e pubblica il loro sesto lavoro: Dissonance Theory. La formazione a tre di questa reunion vede alla voce e al basso lo storico Ron Royce, così come alla chitarra il fondatore Tommy T. Baron; il batterista Marquis Marky, tuttavia, non è presente e viene rimpiazzato da Diego Rapacchietti. Il suono di questo Dissonance Theory prosegue la loro continua evoluzione, interrotta nel 1993 dopo Grin; il loro technical thrash metal dalle ambizioni prog, sempre farcito dagli assoli neoclassici di Tommy, vede l’influenza delle band metal che, in loro assenza, si affermarono come capisaldi del genere, tra queste abbiamo Machine Head e talvolta Dream Theater che emergono come citazioni nei vari passaggi presenti nel disco. L’introduzione è affidata ad “Oxymoron”, brano strumentale che lancia la successiva “Consequence” come un missile con l’obbiettivo di rompere il muro del suono; la solidità dimostrata è degna dei loro migliori lavori di prima dello scioglimento, nonché dei migliori lavori di band più note come i Voivod. La svolta più progressive la troviamo nelle due tracce successive, “Sacrifical Lamb” e “Crisium Bond”, che regalano all’ascoltatore una freschezza che, da un gruppo formato negli anni ottanta, non siamo soliti notare nelle uscite recenti; i riff molto potenti nella seconda delle due tracce strizzano l’occhio all’alternative metal, inglobando il tutto in un progressive-thrash di grande livello. “Symmetry”, traccia uscita come singolo promozionale, prosegue questo connubio di vari stili metal condensando il tutto in quattro minuti netti; sembra che questo trio abbia utilizzato gli anni di silenzio per affinare uno stile moderno, ma senza staccarsi allo stesso tempo dalle loro radici degli albori. Le parti di basso eseguite in questa opera sono lasciate spesso in secondo piano, anche nel mixaggio finale, tuttavia nei diversi momenti solisti di chitarra esse sorreggono egregiamente il muro ritmico del suono, senza mai risultare invasive. Proseguendo l’ascolto ci troviamo dinnanzi a brani sempre eccellenti e mai ripetitivi, infatti le successive tracce tra cui “Transparent Eye” e “Trinity” ci trasportano in un vortice di epicità pura; per via del grande numero di citazioni a stili e scene musicali, sembra quasi di essere all’interno di un museo sull’evoluzione della musica metal. La chiusura dell’album è affidata infine alla Dream Theater-iana “Prolonging”, dove tastiere, assoli melodici, e tempi dispari di batteria fanno da protagonisti assoluti, dissolvendo questi 47 minuti molto intensi e lasciando all’ascoltatore piacevoli sensazioni musicali.
Se band come questa sono restate in penombra per tutta la loro carriera, con questo album possono giocarsi la possibilità di ottenere la loro rivincita, e lo fanno partendo con un buon vantaggio. Questo album non ha difetti: è ben prodotto, ben mixato (con chitarre sovraincise e batterie molto cristalline) e con un songwriting notevole; la scelta di mantenere una durata standard e non seguire la tendenza moderna di rilasciare album metal da 60 o più minuti, ha garantito loro la riuscita di un prodotto dove le loro idee sono state condensate in un lavoro solido come una roccia. Grandi Coroner, e lunga vita al metal.
Brani migliori: “Consequence”, “Crisium Bond”, “Transparent Eye”, “Prolonging”
32 anni che sembrano molti di meno, con la solita voce inconfondibile, il semi-growl angolare e rasposo di Ron Royce e le prodigiose trame chitarristiche di Vetterli.
Questi vecchietti sanno ancora mangiarsi a colazione tante band di pivelli e non sanno sbagliare un colpo quando si tratta di portare il Thrash in nuove direzioni.