Non credo valga la pena di analizzare una per una le singole canzoni dell'album. Ne risulterebbe una tediosa quanto poco emozionale guida all'ascolto: la prima canzone fa così, la seconda canzone inizia colà per poi svilupparsi in quest'altro modo, etc.
Una riflessione sull'album nel suo insieme risulta a mio avviso più interessante. Ad un anno circa dalla sua uscita e dopo un notevole numero di ascolti mi sento di affermare che il lavoro nel suo complesso è buono. Estremamente curato (non poteva essere altrimenti) e ricco di spunti interessanti, anche se non sempre originalissimi.
Molti di voi concorderanno con il fatto che "The Division Bell" (ultimo lavoro dei Floyd in versione trio) non era granché. Per i fan di vecchia data come il sottoscritto, alcune tracce di TDB sono decisamente povere e aleggia in tutto l'album una sensazione di rimescolamento di idee già sentite. Discorso a parte meriterebbe "High Hopes", a mio avviso una delle tracce più belle dell'era post-Waters (insieme a "Yet Another Movie", dal precedente album).
"On An Island" invece, pur ripercorrendo certe strade già a suo tempo battute dai Pink Floyd, risulta molto più floydiano di quanto non lo fosse TDB.
Con notevole bravura (mestiere?) David Gilmour riesce ancora una volta a stupire e ad emozionare. La sua chitarra (impeccabile come sempre) non delude. Ma devo dire che buona parte delle composizioni musicali non sono per niente male.
E' evidente che non raggiunge le vette raggiunte dai PF. D'altro canto, quelli di voi che hanno avuto modo di ascoltare alcuni degli album solisti (vedi ad esempio l'ottimo "Amused To Death" di Waters o il discreto "Broken China" di Wright) si saranno resi conto che la forza dei PF stava nella somma delle parti. Ciascuno di loro ha ancora qualcosa (o molto) da dire musicalmente, ma il risultato per quanto pregevole non sarà mai all'altezza dei lavori del quartetto nel suo insieme.
Detto questo, l'album di Gilmour merita di essere ascoltato e ri-ascoltato più volte sia da chi si avvicina per la prima volta a questo artista sia da chi, come il sottoscritto, ha amato e ama la musica dei PF.
Nel complesso quindi un buon album, maturo e misurato. L'ultrasessantenne DG ha ancora qualche buon asso nella manica. Credo ci stupirà ancora.
"David Gilmour confeziona un album sicuramente più convincente rispetto agli ultimi dei Pink Floyd."
"Con On An Island si torna a sonorità sognanti e malinconiche da ascoltare nel buio e ad occhi chiusi per ottenere sensazioni vere."
I Pink Floyd sono maggiore della sintesi delle parti e “the voice and the guitar” rappresenta soltanto un arto di quella favolosa creatura.
Un disco autocommemorativo, che mi ha deluso un bel po’, ma che spero (sebbene ne dubito) di rivalutare con il tempo.
L'intro affidato a "Castellorizon" è in pieno stile pinkfloydiano, una degna apertura per farci capire che si fa sul serio.
Un lavoro che Gilmour si meritava alla soglia delle sessanta primavere, elegante e solenne e forse un tantino autocelebrativo.
La classe è come il buon vino più invecchia e più diventa cristallina.
Un disco bellissimo, intenso, emozionante, una vera perla di rara bellezza e maestria confezionata da quel geniaccio che è sir David Gilmour.
Cazzo sembra un vecchio brano dei Pink Floyd.
Và bene vado a dormire lento lento ripongo il disco al suo posto fra Gabriel Garbo Guccini chissà se mai lo riascolterò.