L’eccessiva grandezza sbilancia e falsa ogni tipo di giudizio, perché a comprometterlo v’è un vizio di fondo; il confronto con il passato, un passato troppo grande per essere misurato con il metro della ragione. Dave ha nelle sue rughe, nella sua curvatura senile, nella fronte oramai lungamente deserta, il sapore del rock degli ultimi 40 anni. Questo però non tutti lo sanno perché Dave è stato (dopo Barrett) un membro, un membro comprimario, ma niente più che un membro di una band dove, stranamente il tutto era maggiore della sintesi delle parti. Forse sbaglierò, ma, pur dovendo riconoscere la prevalenza di Waters o di Gilmour a seconda delle “ere” , la maestosità dei Pink Floyd deriva dalla totalità emozionale espressa lungo i 30 anni di vita della band. Del resto, a dimostrare questa imprescindibilità del collettivo, basta guardare tutti i (pochi) lavori solisti dei 4; praticamente nessuno è mai riuscito ad imprimersi nelle menti delle persone per il suo valore, per le sue idee e per il suo sound. No, al massimo un successo moderato (penso al sottovalutato “Amused To Death” di Waters) ma nulla più. Quanto al nostro Dave, poi, della sua produzione solista prima di questo "On An Island", v’ è ben poco da dire: due lavori (Omonimo e il graficamente orrendo “About Face” ) mediocri, piatti e scontati che nulla hanno aggiunto a quello che il chitarrista aveva già detto nel suo supergruppo. Ora però i tempi sono cambiati ed il supergruppo s’è assopito (forse per sempre) ormai da più di una decade, e dopo il “miracolo” di luglio 2005, ai nostalgici di quel suond così caratteristico non era rimasto proprio nulla, se non una mal celata speranza di rivedere ancora qualcosa (chissàche. . ) da quei quattro.

In attesa dell’ impossibile il Leader “ derivato” dei Pink Floyd l’ha pensata bene di celebrarsi all’ indomani del fervore di quella reunion di Londra, e lo ha fatto con un lavoro intimo e personale, vicino ma al tempo stesso lontanissimo da quel sound che nel 1994 conquistò per l’ ennesima volta le classifiche del globo. L’ho atteso lungamente questo disco e Dave lo sa… lo sapeva benissimo che dopo ben dodici primavere dall’ ultima produzione Pinkfloydiana, noi tutti eravamo in astinenza e avremmo accolto bramosissimamente qualunque lavoro suo o dell’ ex (poi ex?. . ) compare Roger (il quale ha poi deviato ogni aspettativa sfoggiando un interessante lavoro di musica classica). “The Division Bell” , infatti, pur essendo totalmente pervaso dal già sentito, aveva persuaso con melodie convincenti per non dire in alcuni casi eccellenti (High Hopes, Take It Back, What Do Ypu Want From Me); logico, quindi, aspettarsi quanto meno qualcosa di vagamente somigliante a quel sound, da chi, di quelle tonalità era stato il principale artefice. . E INVECE NO, cari signori, perché Gilmour lo ho dimostrato ancora dopo trent’ anni: i Pink Floyd sono maggiore della sintesi delle parti e “the voice and the guitar” , rappresenta soltanto un arto di quella favolosa creatura; le altre membra derivano dalla quintessenza. Qui, invece, la quintessenza manca, anzi non se ne sente nemmeno l’ombra. Ma forse Dave sapeva anche questo, perché con "On An Isalnd" ha voluto più celebrare sé stesso ed il suo sodalizio amoroso, che arrembare nuovamente le vette delle classifiche. Eppure in taluni momenti la cosa sembra addirittura possibile. Penso alla solita overture Gilmouriana “Castellorizon” , di Ellenica memoria (come il titolo e parte dell’ artwork, del resto) dove l’orchestra del polacco Preisner, il fragore delle onde e delle campane anticipano la soavità delle mani di Dave che accarezza la sua Fender… Intenso, davvero intenso, così come la sua voce che un attimo dopo introduce l’ unico episodio veramente (e clamorosamente!) pinkfloydiano dell’ album; la bella title track. Davvero incredibile come sia rimasta immutata dopo 30 anni la voce di Gilmour. Addormentato all’indomani di Wish You Were Here, un ascoltatore qualsiasi stenterebbe a cogliere la benché minima differenza, non solo vocale, ma anche nel sound chitarristico. Un brano che non avrebbe sfigurato in un album come Animals (la chitarra su questa song ci proietta decisamente verso quelle sonorità n. d. r. ). Tuttavia, pensandoci bene, questa canzone non avrebbe sfigurato più in "Obscured By Clouds", perché con tutto il rispetto per quel disco, il brano On an Island non esalta in maniera eccessiva. Il brano è notevole per carità, l’assolo emoziona (ma i livelli anche della sola High hopes qui nemmeno si sfiorano. . e nonostante l’ apporto del compagno di vecchissima data Bob Klose. . ), la voce è limpidissima, però… non lo so, ma per usare una metafora banale, il concorde percorre tutta la pista alla massima velocità. . e alla fine quando decolla, non arrivando dove voleva, si vede costretto a compiere un atterraggio di fortuna.

Dopo l’inaspettato atterraggio quasi tutti i passeggeri PinkFloydiani scendono e al loro posto ne salgono altri cosmopoliti; cultori del Blues, Jazzisti, dediti al Country e qualche Rockettaro di vecchissima data. The Blue, seppur calda e soave, se si eccettua l’assolo (sempre vincente, in quasi tutte le track. . ma è un’ ovvietà dirlo) riesce ad abbioccarci, mentre Take a breath ci arreca un sussulto a causa di un ritornello irritante, sebbene stemperato nel finale da una performance chitarristicha dal prog a tamburo battente. I toni si risollevano ulteriormente con la semiPinkFloydiana Red sky at night dove Dave ci stupisce (non più di tanto, in verità. . ) suonando il sassofono. Peccato che l’ episodio riesca a durare poco più di 120 secondi dopo i quali un intermezzo pseudoblues, ci regala un’ emozione ibrideggiante dove il solito assolo riesce a mala pena a risollevare il tutto verso la sufficienza… Ma il fiume di quest’ album è carsico: dopo aver raggiunto a stento la decenza si risprofonda di nuovo nei più reconditi abissi della noia, con la strumentale quanto inutilissimissima Then i close my eyes. Piacevole solo l’ intro ispanicheggiante. Però si sopravvive, per carità, alla fine: gli ultimi tre brani ci riportano a galla, ma solo per respirare e nulla più. Smile (già stato edito nel DVD del 2002) è un pop “rubato” a McCartney e Charlie Chaplin , "A Pocketful Of Stones", invece, ha potenzialià notevoli, mercè il totalitario apporto orchestrale, ma anche qui, la sintesi è un episodio monco e lezioso dal decollo abortito. Il sipario ci chiude con Dave e la sua consorte che s’incamminano verso il crepuscolo; li accompagnano le note d’ una malinconica (ed a tratti noiosa) "Where We Start", dove nonostante la bella apertura rustica sulle note della Weissenborn di BJ Cole e l’ espressivo assolo di cornetta di Wyatt, non si riesce trasmodare da una mera litania soporifera. In definitiva, On an island è un lavoro personale dove Gilmour esplora i suoi interessi ultrapinkfloydiani accompagnato dalla sua metà esistenziale (ed in questo caso, purtroppo, anche musicale. . ).

Un disco autocommemorativo, che mi ha deluso un bel po’ , ma che spero (sebbene ne dubito) di rivalutare con il tempo. Può piacere, per carità, ma a chi lo compra od ascolta sperando di trovare un nuovo “The Division Bell” , sappia che questo lavoro è la dimostrazione che se il tutto a volte può risolversi nelle sue parti, altre volte invece, per necessità o per scelta, le parti ed il tutto sono come una costellazione: un astro, sebbene tra i più luminosi, da solo non brilla come tutta la luce. P. S. Ah dimenticavo. . dei brani, di quasi tutti, sono coautori Gilmour e la moglie Polly Samson (che stavolta compare anche tra le file dei musicisti). . Ma su questo non voglio dire nulla, se non che le osservazioni naturalistiche che la scrittrice si diverte ad infliggere ai testi di questo disco, preferirei lasciarle alle didascalie dell’ etologo Lorenz… Lasciatemi però soltanto scoccare un dardo infuocato: riflettete sulla carriera (contaminata) di questi artisti… . Lennon e Yoko Ono; Blackmore e Candice Night; Gilmour e Samson. . ecc… ecc… Che sia il caso di inventare un chip che in alcuni casi (e sottolineo “soltanto in alcuni casi” … perché senza l’ amore non sarebbero nati altri grandissimi lavori, non soltanto musicali. . ) estrometta l’ amore romantico dall’ ispirazione artistica? Nel caso di Gilmour forse no… rispetto ai suoi due lavori precedenti, in fondo non è peggiorato… . Voto 6 +

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