La notizia dell'uscita del nuovo album rimanda involontariamente alla recente reunion dei Pink Floyd. Per chi è cresciuto con la mitica band la curiosità è tanta. Non ci è dato sapere se per Gilmour i Pink Floyd sono diventati, dopo tanti anni, una stanca e ingombrante ombra sulla sua creatività ma, certo, esserne stato uno dei capisaldi, gli porterà una notevole pubblicità.
Diciamo subito che un pò tutto l'album presenta una musicalità solenne su ritmi prevalentemente lenti. Il suono risulta ben levigato e la chitarra di Gilmour non tradisce le aspettative degli appassionati. L'intro affidato a "Castellorizon" è in pieno stile pinkfloydiano, una degna apertura per farci capire che si fa sul serio. Si prosegue col pezzo che dà il titolo al disco dal suono avvolgente, impreziosita dai cori di Crosby & Nash, riconoscibili ovunque. Con "The Blue" non si cambia registro mentre con il successivo "Take a Breathe" arrivata la virata rock tanto attesa, mai sopra le righe quasi a dare all'intero lavoro un equilibrio. Fra gli altri brani l'acustica "This Heaven" rimanda all'eterna passione di Gilmour per il blues che trasuda nella struttura del pezzo e nell'inconfondibile solo finale, qua e là gli interventi di Rick Wright alla tastiera, sì, proprio lui, il vecchio compagno di merende floydiane.
Ancora "Then I Close my Eyes" consigliata durante le pomiciate. L'acustica "Smile" sfodera una melodia tipicamente beatlesiana, sembra quasi di sentir cantare McCartney. L'album si chiude con "Where We Start", sobria ed elegante, conforme all'atmosfera notturna emanata dal disco.
Complessivamente un lavoro che Gilmour si meritava alla soglia delle sessanta primavere, elegante e solenne e forse un tantino autocelebrativo ma che sicuramente non deluderà chi sà apprezzare la statura del musicista.
"David Gilmour confeziona un album sicuramente più convincente rispetto agli ultimi dei Pink Floyd."
"Con On An Island si torna a sonorità sognanti e malinconiche da ascoltare nel buio e ad occhi chiusi per ottenere sensazioni vere."
I Pink Floyd sono maggiore della sintesi delle parti e “the voice and the guitar” rappresenta soltanto un arto di quella favolosa creatura.
Un disco autocommemorativo, che mi ha deluso un bel po’, ma che spero (sebbene ne dubito) di rivalutare con il tempo.
La classe è come il buon vino più invecchia e più diventa cristallina.
Un disco bellissimo, intenso, emozionante, una vera perla di rara bellezza e maestria confezionata da quel geniaccio che è sir David Gilmour.
Cazzo sembra un vecchio brano dei Pink Floyd.
Và bene vado a dormire lento lento ripongo il disco al suo posto fra Gabriel Garbo Guccini chissà se mai lo riascolterò.
"È un disco che parla di ricordi, di tutto quello che si affolla nella memoria nel corso della vita."
"Fortunatamente è possibile assaporare ancora il sound dei Floyd, e forse è questo che rende l'album così malinconico, più che i testi."