CAPOLAVORO!
Ok mi sbilacio 'sta volta... non lo faccio quasi mai, ma questo album merita il massimo dei voti.
Perchè?! Semplice, è stato scritto nel 2010 e poi masterizzato ai giorni nostri!
Non è immediato e rabbioso come "around the fur" e sfiora con la punta delle dita la perfezione di "white pony" accogliendone la melodia che si fa sempre più complessa, inclassificabile, densa e scivolosa, scomoda da memorizzare ma perfettamente incastonata tra i chitarroni che a tratti rasentano lo stoner, il progressive, l'industrial, brit pop, trip hop... ecc.
La descrizione accurata delle tracce sarebbe un'eresia, il disco va scoltato dall'inizio alla fine senza fermarsi al primo ascolto... almeno un paio di giri nel lettore sono necessari per apprezzare il lavoro negli arrangiamenti, decisamente più curati rispetto ai precendenti album, e le strambe linee vocali di chino moreno possono sembrare ruffiane, a tratti troppo melense, ma sono ricercate come il lavoro all'uncinetto della nonna, e a me ricordano l'audacia del sig. mike patton nei suoi gruppi più accessibili (vedi faith no more, lovage, peeping tom).
Per i vecchi fans forse l'album potrebbe sembrare eccessivamente dilatato, ma per chi non si ferma ai primi accordi di my own summer sarà una rivelazione...
...musica per viaggiare dentro la notte metropolitana senza una meta...
Ascoltate questa canzone e ascoltatevela fino al consumo dei vostri timpani perché è un brano fottutamente bello.
Uno di quei casi in cui la band sembra aver perso l'inventiva che la caratterizzava in principio.
Potrei paragonare l'ultima fatica dei Deftones ad una pillola che induce a vivere emozioni che sembrano totalmente veritiere o assolutamente fasulle.
I nostri hanno abbandonato parzialmente gli elementi del predecessore ed hanno attinto a piene mani dalle sperimentazioni di 'White Pony'.
La svolta è un po’ più netta del precedente; qui si esplorano molto bene crossover melodico, industrial e trip hop.
Un lavoro non molto spinto e veloce ma più calmo e ragionato e abbastanza coinvolgente.
Delgado, il tastierista, crea atmosfere oniriche dove la voce di Chino canta come in un lungo lamento.
S.N.W. vive di un'anima propria e nelle sue mille sfaccettature non può subire paragoni di sorta.