I maestri dell’elettropop ritornano sul scena musicale con risultati più che soddisfacenti
Molti avrebbero scommesso che il nuovo album dei Depeche Mode avrebbe deluso l’aspettative dei milioni di fan che si trovano per il mondo. La cosa ormai sembrava essere un dato di fatto, per il motivo che già nel 2001 era uscito “Exciter”, un lavoro non proprio indimenticabile, che lasciò l’amaro sulla bocca di molte persone. Sembrava l’inizio di una sorta di inesorabile declino il loro; ma non è stato così. Dopo gli album da solisti di Gahan e Gore, i tre maestri sono tornati insieme più forti che mai. Un Andy Fletcher in grande rispolvero (non se ne vedeva uno così dai tempi di Violator), Dave Gahan ora capace di produrre musica e testi anche da solo, e il solito Martin L. Gore capace di emozionare il pubblico con grande dimestichezza, a dispetto della sua calma e staticità.L’album rappresenta una sorta di introspezione sul dolore esistenziale, ricalcato soprattutto dalle atmosfere spesso macabre che sembrano trasportarti in scenari devastanti, robotici e inverosimili. Ciò è ancor più ricalcato dalla voce di Gahan, una voce straziante e allo stesso tempo commovente; una voce che mai come in questo caso sembra essere al momento giusto al posto giusto. Lo stile raggiunto dai tre è ormai perfetto e inconfondibile, di rara produzione, che in pochi (se non che nessuno) sono riusciti ad eguagliare.
Pochissime le note di demerito, tra le quali la voce di Gore che non rientra bene nell’atmosfera generale dell’album (sempre se di demerito si può parlare); e la mancanza della tanto amata chitarra dello stesso Gore che ci lasciò capolavori come "Enjoy The Silence" e "Dream On".
Le prime note del nuovo lavoro annunciano un ritorno alle origini, un pezzo equilibrato ed al tempo stesso semplice e geniale.
onorarе il misterioso fascino che a distanza di 25 anni ancora avvolge questa band immortale e i suoi devoti.
"I Depeche Mode mi hanno sempre fatto 'cagare'... ma questo album è un buon disco."
"È ruvido, sporco al punto giusto... le cover hard dei vari Manson e soci gli hanno messo un po' di pepe al culo."
La prima traccia deve catturare l’attenzione dell’ascoltatore, e questa canzone ci riesce in pieno.
‘Precious’ è un po' la nuova ‘Enjoy The Silence’, stesso mordente, stessa malinconia, stesso minimalismo, ma nello stesso tempo luminosa come non poche.
Playing the Angel sembra una sintesi di due periodi ben distinti dei DM: quelli dell'inizio anni '80 e quelli del periodo a cavallo tra gli '80 e i '90.
Alla fine dei conti i DM hanno concepito un album degno dei loro migliori lavori, capace di sintetizzare 25 anni di musica come solo poche band sanno fare.
"PAIN AND SUFFERING IN VARIOUS TEMPOS" sintetizza perfettamente l'essenza dell'album.
"Playing The Angel è un 'Violator' moderno, più complicato e più scuro."