ALICE NON LO SA (1973) 6,5/10
Uscito, senza particolari clamori, nell'aprile del 1973, il primo album solista di Francesco De Gregori va preso per quello che è: un buon album d'esordio. Certo, nulla faceva immaginare il poderoso salto di qualità (e di maturità) che il successivo lavoro, “Francesco De Gregori”, 1974, avrebbe portato nella carriera del giovanissimo cantautore romano. Qui siamo ancora in una fase un po' sbozzata, con alcune cose bellissime, altre molte meno, ed un uso dell'orchestra (gli archi del maestro Luigi Zito) fin troppo abbondanti (e fin troppo legati a certa melodia italiana classica).
Però è il disco di “Alice”, il suo primo (mezzo) successo. Dico mezzo perchè l'agognata partecipazione al Disco per l'Estate (voluta dallo stesso De Gregori a tutti i costi) si risolse con un mesto ultimo posto ed accuse generiche di eccessivo ermetismo (a cui l'autore replicò, l'anno dopo, col brano “Niente da capire”). Il nome di De Gregori però cominciò a passare di bocca in bocca e cominciò a risuonare nei juke-box. Le vendite invece si fermarono a 3 mila copie per il singolo e 6 mila per il 33 giri: cifre, diciamo, non da record. Epperò qualcosa era notevolmente cambiato rispetto all'esordio dell'anno prima, quel “Theorius Campus” condiviso con Venditti, in cui quest'ultimo appariva già tremendamente maturo rispetto al collega più timido e compassato. La ciccia, con “Alice non lo sa”, comincia a dare segno di sé. “Alice” è una bellissima canzone a metà tra il sogno e la realtà, con echi certo dell'Alice di Lewis Carroll ma con una infinità di riferimenti (letterari, cinematografici, musicali) da lasciare a bocca aperta: Angela Davis; Cesare Pavese; Lilì Marlene. La strofa su Pavese è uno spettacolo, e narra un fatto effettivamente accaduto: il povero Pavese aveva appuntamento con una ballerina fuori dal teatro a fine spettacolo, lei non arrivò mai, lui l'aspetto tutta notte mentre una pioggia incessante bagnava le strade di Torino ed a cui dedicò una poesia “O ballerina ballerina bruna” (la ballerina in questione, una tale Pucci, si chiamava in realtà Carolina Mignone). La Rai (“Mamma Rai, non ti abbandona mai”, dirà Renato Zero anni dopo) pretese di censurare il verso “il mendicante arabo ha un cancro nel cappello” sostituendolo col più blando “ha qualcosa nel cappello”.
Intorno a questo brano De Gregori ci costruisce l'intero disco, composto da 12 canzoni. I collaboratori sono di prim'ordine, cito tra gli altri Edoardo De Angelis; le Baba Yaga; Edda Dell'Orso; Renzo Zenobi. Le cose migliori sono quelle in cui il nostro dà libero sfogo alla propria vena cantautorale meno legata alla tradizione italiana (Cohen; Dylan). Nel tempo troverà un proprio posto nei live l'ottima “La casa di Hilde”: il brano nacque da un racconto di De Angelis a cui effettivamente da bimbo, quando viveva sulle Dolomiti, effettivamente accade un avvenimento così (il contrabbando di diamanti nascosti all'interno di una cetra). Il testo è splendido, perchè pare un film, ti vedi tutto lì: il sentiero di montagna; l'ombra del padre “due volte la mia/io camminavo e lui correva”; Hilde che suona serena la cetra; il doganiere che se ne va desolato; il ritorno sui sentieri di montagna ed il passaggio ad un età più adulta (“ed io mi sentivo già uomo”). Di solitudine giovanile tratta anche “Il ragazzo” che è davvero uno spettacolo, un mix perfetto di tristezza pre-adolescenziale ed orgoglio della propria solitudine (“il ragazzo cresce solo/e non si sente solo mai”). Meritano una nota anche altri due brani, a mio avviso molto belli: il ritratto della Francia invasa da Hitler e dell'Italia che entra in guerra vista con gli occhi della madre dell'autore (al di là di un testo splendido mi è sempre piaciuto il contrappunto della batteria) in “1940” e l'interessante (anche qualcosa di più di interessante, a dire il vero) “Marianna al bivio” che segnala già un De Gregori chitarra-voce che sarà alla base, come dicevo inizialmente, del successivo album (brano, oltretutto, strapieno di citazioni: Antonello Venditti; Lilli Greco; la Suzanne di Cohen e la “la luna che sembra una patata” già sentita l'anno prima in “Theorius Campus”, brano “La casa del pazzo”).
In qualche modo è affascinante anche “Le strade di lei” anche se le restanti canzoni sono finite, un po' giustamente, nel dimenticatoio della memoria. Alcuni sono esperimenti da concertistica (“I musicanti”) altri pezzi “senza sapore” (“Suonatori di flauto”; “Saigon”). Anche se in “Buonanotte fratello” il passaggio “ed ero ingenuo come una bestemmia” meriterebbe una recensione a sé.
Alice rimarrà un simbolo della sua gioventù artistica.
Un buon album con qualche pecca strumentale tipica dell'epoca.
"La prima cosa da fari era intanto di pigliarisilla commuda. E pisare bene le paroli che avrebbe dovuto dire."
Andrea Camilleri, 'Il re di Girgenti', 2001
Ti sforzi di capire, ma tutto quello che ti viene è, ancora una volta, un Alice non lo sa.
Quando le voci nella mia testa si fanno più forti dei pensieri non ho altra scelta che scappare in Abruzzo a sfogare la mia rabbia su un vecchio biliardo.
Molto più caldo e avvolgente in vinile, come una coperta di Linus.
Un primo lavoro-capolavoro.