“Ieri ho incontrato la mia formica, mi ha detto che sono pazzo! Io con occhiaie profonde e un principio di intossicazione. Io non ricordo che occhi avevi l’ultima volta che ti ho insultato, l’ultima volta che ti ho lasciato. Ma io sono stato, io sono stato… dove tu mai”

Nella sua lunga e prolifica carriera, questo è il lavoro più intimo ed onirico di Francesco De Gregori (e forse l’averlo lasciato senza titolo è già un indizio, come la fantastica copertina disegnata da Gordon Fagetter), dove sovente duetta con la sua chitarra e lascia gli altri strumenti in secondo piano, un tappeto sonoro a volte ricco a volte rarefatto, ma sempre relegato a ruolo di accompagnamento.

 

A due anni da quel fantastico esordio, urgente nei temi e ricco nelle strutture musicali, che è “Alice Non Lo Sa” – 1972, qui il cantastorie romano regala molto più tempo alla riflessione interiore, alla presa di coscienza dell’essere umano che cresce e si scontra con il mondo in cui è stato immerso (“Informazioni Di Vincent”), in continua antitesi, se non proprio in contrapposizione con l’aura fiabesca che sempre lo contraddistingue (“Dolce Amore Del Bahia”). Le storie d’ amore non raccontano mai di un lieto fine, ma non c’è rabbia, non c’è odio… solo la rassegnazione del tempo che trascorre, portandosi via qualcosa dentro noi (“Bene”). E non c’è odio neppure nella fredda e chirurgica presa di coscienza dell’involuzione che l’umanità intera sta intraprendendo, apparentemente senza cura (“Giorno Di Pioggia” e “Finestre Di Dolore”); ma la poeticità dell’artista fatica a non trabordare nei testi più intimistici ed esce “violenta” nella barocca “A Lupo” o nella bohémienne “Arlecchino” o nella sublimazione etilica di “Cercando Un Altro Egitto”. Dei suoi brani “da Canzoniere” qui non c’è traccia (eccezion fatta, forse, per “Niente Da Capire” che apre il disco o “Souvenir” che lo chiude); ma è il lavoro che affascina De Andrè, che lo chiamerà a collaborare per il suo “Volume 8” dell’anno dopo.

Francesco De Gregori è un lavoro pensato e confezionato di notte e per un ascolto notturno, al tavolo di un osteria di borgata della capitale, innaffiato da un ottimo vino e nutrito da un frugale spuntino a base di pane, salumi e formaggi… rigorosamente nostrani.

“è una sera che il fiore mi pesa e le stelle mantengono i loro segreti, più freddamente che mai” .

 

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