Gianni Bonfiglio
Luci spente a Testaccio

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Esistono scultori musicali plasmati e scolpiti da una coscienza fatalistica, incisioni che sopravvivono con aria imperturbabile nel sentirsi appunti al margine di un foglio, con la sicurezza di essere sempre gli ultimi sulla bocca degli altri e che prima di tutti nel tempo si stropicciano e sbiadiscono. Di queste intonse scanalature la musica ne è piena, ignote valli da sempre desolate.
Hanno la presunzione di non meritarsi neanche la polvere e l’umidità di una cantina o di un solaio, li trovi ai bordi delle strade, strati e strati di cocci messi uno sopra l’altro, magari in qualche bancarella dove sono spesso svenduti.

Una di queste poco solcate valli è Luci spente a Testaccio di Gianni Bonfiglio.
Bonfiglio nasce a Palermo per poi trasferirsi in via definitiva a Roma, dove ricalcherà pedissequamente gli stilemi e la corrente ideologica del classico cantautore pseudo impegnato di sinistra degli anni 70 in Italia, irsuto nelle intenzioni e glabro negli esiti.

Per comprendere il contenuto dell’album basta ascoltare la title-track, dove una mano si tende con aria incerta per accoglierci con un fumoso sax in sottofondo all’interno del quartiere. Una volta dipanata la cappa il tutto deflagra in un luogo pieno di vita, idee e vicende, tra rissose imprecazioni e vicoli viscosi maleodoranti. Lì infatti troviamo ricordi, sentimenti, ideologie e disillusioni.

La copertina del disco a primo impatto sembrerebbe uscita dalla famosa pagina Facebook Pictures from Italian profiles. Siamo nel luogo più caotico, disordinato e faticoso nella casa di un italiano, la cucina. Guardandola non possiamo fare a meno di notare un ritratto autentico in cui immedesimarci. Posando un’occhiata sull’immagine siamo lì con Gianni, mesmerizzati dalla luce sclerotica azzurra della televisione che cerca di svendere tutti i colori circostanti: l’odore delle case dei vecchi, le piastrelle al muro che arrivano fino al tetto, la tovaglia macchiata la sera prima, sentiamo la pasta incollata sul piatto e la bottiglia di vino che versa l’ultima goccia. Manca solo il pavimento in graniglia.

Per il resto non c’è molto da dire, il tutto è permeato da un’interpretazione delle canzoni superficiale, forzata e quasi indifferente, condita da voce sommessa non particolarmente sverzante (dovuto principalmente alle scarse doti canore del nostro) e testi figli di una penna poco tagliente che difficilmente crea attrito con la pelle dell’ascoltatore. D’altronde il titolo dell’album è abbastanza eloquente: tolto l’arancio delle strade lucide la sera che dà un senso al tirar bestemmie e al tanfo di piscio, tutti i sensi son narcotizzati e sviliti, tanto vale rimanere a casa davanti la televisione.

Insomma, un album sfatto e mediocre.
Mediocre come una qualsiasi fumosa e buia serata a Testaccio.
Non resta che bere l'ultima birra e rincasare, nel rinfranco di una nuova giornata.

“Certo, la fine ci ha colto così
Un pochino distratti
Lascia stare banda e bandiera
Il treno è arrivato”

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