L'avevamo persa, Alison.

La bella fanciulla che aveva animato con la sua voce il mondo elisio della "montagna di feltro": il suo cambiamento di rotta era stato tanto drastico quanto inaspettato. Prima fu il mondo elettrificante e futurista di "Black Cherry", che divise nettamente la critica; poi "Supernature" trasformò l'universo meccanicistico e robotico di una "Strict Machine" in una discoteca glitter, dove corpi struscianti si dimenano attendendo un cenno di Alison per iniziare un'orgia. Il successo commerciale fu contrappesato da aspre critiche, non sempre del tutto giustificate.
A distanza di tre anni da quel lavoro della discordia però Alison e l'inseparabile Will Gregory cambiano nuovamente direzione e nessuno poteva prevedere che i due sarebbero tornati a battere strade più vicine all'esordio invece di assecondare il seguito ottenuto con brani come "Ooh La La".

E' questo fondamentalmente il concetto di "Seventh Tree", tanto per giocare un po' sul cliché di molte recensioni sui Goldfrapp: "la ninfa è tornata nel suo boschetto cinematografico del cazzo dopo aver sperimentato il piattume porno-chic e i bagliori intermittenti della città". Solo che qualcosa è diverso: non c'è più quell'impalpabile e leggera freddezza che contraddistingueva "Felt Mountain". L'utilizzo amplio delle chitarre acustiche e la minor dose di elettronica trasformano il nostro bel boschetto fatato in un campo di spighe sul calare del giorno. In questo suggestivo scenario romantico riecheggia la voce di Alison Goldfrapp, vera forza motrice delle canzoni del disco, che non smette mai di sorprendere ed ammaliare per la sua flessibilità, quasi come una Kate Bush dei nostri tempi (e qui mi scuso per il paragone azzardato).

Si respira un'aria bucolica e pacifica, che affascina nella semplicità leggiadra dell'opener "Clowns" e fiorisce in "Little Bird" e nelle suggestioni quasi psichedeliche della sua chiusura.
Uno dei picchi del disco è rappresentato dalla radiosa marcetta pop di "Happiness", perfettamente equilibrata fra la nuova anima folk-pop del duo e l'elettronica; impossibile resistere a quel refrain appiccicoso come la colla, un po' inno post-sbronza e un po' presa per il culo.

"Eat Yourself" torna sui territori dell'opener: chitarre, voce e archi che si amalgamano per creare un'atmosfera eterea e malinconica."Some People" invece è una ballad piuttosto prevedibile, che però funge da riuscito esercizio di eleganza per la voce di Alison.
Il singolo "A&E" è estivo e orecchiabile, un crescendo pop fresco e di gran classe. Sembra la colonna sonora di un telefilm un po' di nicchia e gode di uno dei testi più suggestivi scritti dal duo.
Quel che rimanda a "Felt Mountain" è più la sensuale "Cologne Cerrone Houdini", che gioca maliziosamente con gli archi ricreando quasi l'atmosfera di "Utopia". Gran titolo, oltretutto.
Il knock-out immediato spetta invece a "Caravan Girl", che suona scanzonata e ariosa nonostante il talvolta stucchevole ritornello vintage. E' il pezzo che sfrutta in modo più consistente la lezione di "Supernature".
A chiudere l'opera è "Monster Love": così drammatica e particolare da sembrare quasi un buon pezzo di Enya.

"Seventh Tree" è esattamente l'opposto di quel che tutti si sarebbero aspettati dai Goldfrapp: non c'è neanche un pezzo che potrebbe essere usato in una discoteca; è di facile ascolto senza ammiccare disperatamente al grande pubblico ed amplia ulteriormente gli orizzonti musicali del duo. Potremmo dire che è l'opposto caloroso e avvolgente di "Felt Mountain".
Alison e Will Gregory hanno quindi rimescolato le carte in tavola ancora una volta, forse non riuscendo a recuperare tutti quelli che li avevano abbandonati dopo l'esordio ma dimostrando nuovamente che non è il coraggio di cambiare a mancargli. Più che altro, il mondo ha capito che Alison Goldfrapp non è una fottuta ninfa dei boschi e che se la si importuna non si trasforma in un albero circondato da lucciole, ma ti da un calcio sui denti e quelli, si sa, fanno più "Mortal Kombat" che "La Bella Addormentata nel bosco".

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