Sulla scia di celeberrimi power trio Rock sorti a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta come Cream e The Jimi Hendrix Experience, anche nel mondo Rock a stelle e strisce di fine anni Sessanta più di qualcosa in tal senso si stava muovendo ed ecco, quindi, che, anche e soprattutto come "controrisposta" alla forte ondata Hard Rock britannica (e non solo) rappresentata da Led Zeppelin e compagnia, nacque intorno alle figure del chitarrista/cantante/songwriter/polistrumentista Mark Farner, del poliedrico batterista/cantante/songwriter Don Brewer e del tellurico bassista Mel Schacher, una band destinata ad essere grande protanista assoluta delle scene Rock statunitensi (e mondiali) di quasi tutto il periodo dei Settanta: i Grand Funk Railroad.

Originari di Flint, cittadina di medie dimensioni sita nello stato del Michigan e non troppo lontano dalla metropoli industriale di Detroit (nonché quest'ultima patria anch'essa del Blues e del Soul, in quanto all'epoca vi era posta la sede dell'arcinota "Motown"), i tre ebbero modo di farsi conoscere intorno agli inizi del 1969 con l'uscita del sorprendente album "On Time" con canzoni del calibro di "Are You Ready", "T.N.U.C." e "Heartbreaker" (nulla però a che vedere con l'omonimo capolavoro degli Zeppelin!), cui fece seguito a stretto giro di posta, e cioè nell'autunno di quell'anno, questo loro secondo lavoro chiamato, a seconda della comodità, semplicemente "Grand Funk" o, in modo ancor più pittoresco, "Red Album" per via della copertina quasi interamente rosso fuoco con le tre preminenti figure dei membri della band in primissimo piano (tra cui quella decisamente caratteristica di Schacher con il suo immortale Fender Jazz tra le mani e vestito con una curiosissima quanto stilosissima camicia a pois).

L'album, registrato curiosamente per intero tra i giorni 20 e 21 di quell'ottobre del 1969, rappresenta l'ideale continuazione, pertanto, del loro ottimo esordio e la sua cifra stilistica è quella solita: cantato a polmoni pieni, chitarra sporca, aggressiva e assai pregna di Blues di Farner e base ritmica di prim'ordine con il tuonante basso di Schacher sugli scudi, unitamente a una batteria suonata in modo potente, ma al tempo stesso in modo tecnicamente innecepibile, da parte dell'ottimo Brewer.

L'esordio vede la scatenatissima "Got This Thing On The Move" con un andamento ritmico incalzante che ricordo molto da vicino il sound di un qualsiasi pezzo di Hendrix, seguito dall'altrettanto valida "Please Don't Worry", scritta a quattro mani da Farner e Brewer, in cui ritmi si abbassano (anche se temporaneamente!), ma senza perdere in qualità.

Con "High Falootin' Woman" il motore dei Grand Funk riprende decisamente a girare a mille, mentre "Mr. Limousine Man" è un bellissimo Rock/Blues grezzo con un paio di assoli decisamente notevoli da parte dell'ottimo Farner a metà e verso la fine del pezzo.

"In Need" è, invece, il pezzo in cui emerge nella sua pienezza il basso terremotante di Schacher che rivaleggia ad armi pari con la capacità polistrumentistica di Farner alle prese in questo caso con chitarra (qui suonata con diversi, gradevolissimi accenti Funk) e l'armonica a bocca. Il pezzo in questione è, inoltre, notevolissimo anche nell'adrenalinica versione contenuto nell'altrettanto fondamentale "Live Album" dell'anno successivo: provare per credere!

"Winter And My Soul" è una canzone Rock/Blues di buon livello e si fa decisamente apprezzare, sebbene rappresenti forse il punto un poco più "debole", diciamo, dell'album.

Ma il piatto forte viene servito nella combo finale, rappresentata dalla nevrastenica "Paranoid" (nulla che c'entri, tuttavia, con l'omonimo capolavoro dei Black Sabbath) in cui Farner si scatena con una serie di assoli pazzeschi e, soprattutto, con "Inside Looking Out", celeberrima cover dei The Animals dello storico bassista Chas Chandler (di cui la band dichiarò di esserne fan), qui riprodotta con sonorità incisive, anche grazie all'ottimo lavoro ritmico di Mel & Don e alla prediletta chitarra (detta "Messenger") sempre molto magmatica e sferragliante di un Farner decisamente in grandissimo spolvero.

A distanza di ben 50 anni dalla sua uscita, questo lavoro della people's band di Flint (così soprannominata dal famosissimo regista Michael Moore, concittadino alla stessa stregua dei membri della band), pertanto, mantiene intatta la sua notevole forza espressiva, sì ancora grezza rispetto alle (fin troppo) sonorità patinate che avranno modo di sperimentare da metà anni Settanta in avanti, ma assolutamente da riscoprire e riassaporare per intero con cuore, testa e...orecchie decisamente collegate tra loro!

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