Fermi tutti. Già immagino molti di voi con la bava alla bocca, gli occhi iniettati di sangue e presi da un'insana voglia di incontrarmi solo per sgranocchiare le mie ossicelle alla sola vista del voto. Mantenete la calma, riprendete fiato, posate i revolver e analizziamo la situazione con calma facendo (umilmente) un po' di storia.
A cavallo fra la fine degli anni sessanta e gli inizi dei settanta, si sviluppò nella East coast un genere musicale in seguito definito spregiativamente "punk" (Alla lettera "robaccia"). Nonostante i padri del punk siano quindi statunitensi, questo trovò i suoi maggiori interpreti in artisti britannici (Dai Sex pistols ai Clash). Aldilà delle grandi innovazioni musicali di cui si fece carico (Velocità, testi espliciti, suoni grezzi)) la vera rivolta punk la si può riscontrare in un nuovo immaginario al quale attinsero successivamente varie correnti, dal glam-rock al metal. Con questo si intende la nascita di una cultura improntata al rigetto della repressione politica e sociale (Qualcuno ricorda la Tatcher? Ovvio che si) e un'esaltazione dell'anarchia come unica via d'uscita, data l'assenza di prospettive sintetizzata nella celeberrima espressione "No future". Come qualunque rivolta, anche il punk arrivò a quel settore detto "di costume", a sottolineare l'impossibilità che questo possa essere in qualche modo un fenomeno "alternativo", ma al contrario diretto a chiunque (Posso azzardare commerciale?). Parliamo di borchie, spille da balia, vestiti strappati, tagli di capelli impraticabili, di Vivienne Westwood (che trent'anni fa si accodò ai trasgressivi del "No future" e ora c'ha più soldi di Creso... mi ricorda qualcuno... Johnny Rotten!Ecco chi!).
Ma oggi i tempi sono cambiati, i problemi socio-politici pure e io (Chiamatemi cretino, non mi interessa) mi rifiuto di immaginare un mondo senza futuro. E il punk che fine fa? Si evolve. Nascono diversi sottogeneri fra cui il pop-punk e ad inaugurarlo i Green day con "Dookie", 1994. Ok, diamogli anche la colpa di aver aperto le porte a tutti quei finto trasgressivi che popolano le charts di tutto il mondo. Vai alla voce Lavigne. Sum 41. Blink 182. Good Charlotte. Da qui il grande scisma: se chiedi ad un metallaro cosa pensi dei Green day, ti va bene se su cinque parole ci azzecca sei "Vaff...." (Ma quanto sò corretto) e, paradossalmente, senti ragazzine allupate inserire nello stesso discorso i medesimi e i Simple plan (E mò m'arrabbio io); insomma gente che non ha la minim idea di chi sia Joe Strummer e che assocerebbe Bowie a Malgioglio. Per tirare le somme, come approcciare a questo loro ultimo lavoro? Tenere presente che è musica commerciale (termine che ha miliardi di sfaccettature), che i Ramones non torneranno più, perciò meglio smetterla con il culto del passato, che l'ascolto di un determinato tipo di artista non ti qualifica, perché la musica non è omologazione. Infine ascoltare con cura.
"American idiot" esce nel 2004, a distanza di due anni dall'inutile "Shenanigans" e ben dieci dal primo successo della band, il già citato "Dookie". In tutti sanno che l'album è politicamente schierato contro il governo Bush. Capirai che novità. In effetti persino le All Saints si sono politicizzate con quel video che fa satira contro Berlusconi, non chiedetemi il titolo. Ma il disco non è unilaterale.
E' un grido contro l'asservimento ai mass-media e uno monito a scollarsi di dosso la passività (prima traccia "American idiot"). E' la storia di un ragazzo, St Jimmy, (che da il nome alla sesta traccia) che percepisce un disagio e il conseguente disorientamento che porta alla alienazione ("Give me novocaine"), che vuole evadere dalla provincia asfittica ("Jesus of Suburbia"). La componente politica c'è - come negarlo?- e si sente nelle urla di derisione e rancore di "Holiday", che si potrebbe intendere contro il malgoverno in genere. Non manca il lato intimista che emerge in "Wake me up when september ends", momento in cui i tre si concedono maggiormente alla melodia. Le altre canzoni concorrono a ricreare un'atmosfera cupa, dove prevale l'odio, l'egoismo ("Letterbomb"), il senso di abbandono imminente e la spasmodica ricerca di un rifugio ("Homecoming").
In definitiva una punk-rock opera di grande impatto, intensa, a tratti controversa. Che per me rappresenti un capolavoro a pochi interesserà. Ma si prenda almeno atto che è uno dei migliori prodotti discografici degli ultimi anni.
"Viene fuori così 'American Idiot', pubblica denuncia all'amministrazione Giorgio Doppiavù impostata alla stregua di un'opera rock."
"Il giorno verde supera finalmente i (molti) limiti del proprio genere, restando ovviamente sempre attento all'immediatezza che ha sempre cercato."
American Idiot ci rivela in particolare gli ideali del gruppo, è un inno contro l’america e contro il popolo americano definito specificamente (idiota)!
Boulevard Of Broken Dreams, malinconica, ma soprattutto diabolica, a mio parere il punto più bello della canzone è proprio la fine...
"Jesus Of Suburbia è uno dei pezzi migliori dell'intero album."
"Green Day ora sono così ed è forse un bene, perché porta un punk rock commerciale in tv lontano dalle solite proposte mainstream."
"Don't want to be an american idiot, don't want a nation under the new media…"
"Alienazione ha preso possesso dell'individuo, che appare de-identizzato, privato dell'identità con cui è nato."
"Questo FOTTUTO ROCK adolescenziale banale in tutto, negli stacchi, nei ritornelli, negli accordi usati, insomma STAMMERDA."
"Non perdonerò mai ai Green Day di avermi rovinato una delle notti più eccitanti della mia vita."