Quando mi trovo di fronte a dischi del passato viene spontaneo, ogni volta, domandarmi come deve aver suonato "quel" disco alle orecchie di chi quel periodo l'ha vissuto. Musicalmente, se trattasi di passato prossimo posso affermare di aver testato qualcosa pure sulla mia pelle, ma in questo caso parlando di passato remoto devo per forza di cose ritenere che veramente in pochi abbiano attinto da questi microsolchi in presa diretta. Poi ci sono dischi che, volenti o nolenti, nascono già col destino segnato, se non proprio di pietre miliari, quantomeno di opere destinate a durare ed essere tramandate ai posteri, altri invece che questa aurea di sacralità l'acquisiscono sul campo giacchè al tempo dell'uscita non era possibile stabilire l'entità e la portata storica del progetto.

Isaac Hayes giunge nel 1969 a registrare "Hot Buttered Soul" con alle spalle solo l'omonimo debutto di appena un anno prima, ma vantando già diverse collaborazioni in ambito soul con personaggi del calibro di David Porter, Booker T.Jones e Sam & Dave (per i quali ha musicato la celebre "Soul Man"). Discreto pianista, nonché sassofonista rimescola le carte del soul ibridando il genere con inserzioni anche marcate di funk e jazz e dispensando un album composto da soli quattro brani ampliati oltremisura quasi a formare altrettante mini suite, quando all'epoca la musica dell'anima si cibava principalmente di quarantacinque giri.

A conoscere l'iniziale "Walk On By" nella canonica versione di Dionne Warwick, musa ispiratrice degli autori Bacharach-David, si fatica non poco a credere che sia l'evoluzione, in chiave sinfonica, dell'innocuo motivetto pop dilatato fino a dodici minuti con tanto di chitarre placcate acido, di chiara provenienza hendrixiana, abbinate a coretti femminili di matrice Stax.

Coriste che si ripetono nel brano successivo esclusivamente per citare lo scioglilingua "Hyperbolicsyllabsesquedalymistic" che titola il brano, dove l'inciso è affidato alla calda voce semi-baritonale, fra il cantato e lo spoken-word del grande Black Moses, prima della lunga fuga strumentale caratterizzata da una spiccata linea di piano sostenuta a dovere dalla sezione ritmica affidata ai Bar-Kays.

"One Woman", unica canzone tout-court del lotto, contenuta in appena (!) 5'08", ci consegna un Isaac Hayes in veste di gran cerimoniere abbigliato in smoking che rimanda a un Frank Sinatra virato soul.

I diciotto ipnotici minuti finali di "By The Time I Get To Phoenix" ci catapultano in una notte fumosa e avvolgente, fatta di passi felpati che colano pathos metropolitano. Praticamente divisa in due parti, dove la lunga introduzione parlata si scioglie e confluisce nel maestoso crescendo della chiusa finale, affrescata da cascate di archi e fiati per donarle un tono di sinuosa epicità.

Io non posso sapere come abbia suonato questo disco quasi quarant'anni orsono e neppure quali sensazioni abbia suscitato. Di sicuro non ha perso niente dello smalto iniziale, anzi col tempo è cresciuto fino a diventare un punto di riferimento del genere dal quale non si può prescindere.

Infine un augurio affinché qualcuno provveda a rimasterizzare questo cd aggiornandolo alle attuali tecnologie, in quanto il supporto in commercio, ancora delle prime generazioni, non rende giustizia alla dinamica del suono, alla faccia di chi si accontenta del basso profilo di un iPod o peggio ancora (obbrobrio) del telefonino. Anni fa un mio amico, patito di alta fedeltà, laconicamente sentenziò: "Se la musica la vuoi sentire bene, devi spendere". Parole sante. Parimenti bilanciata da un supporto adeguato, aggiungo io.

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