Nel sublime regno di "Magnificat Amour" di Isabella Santacroce, la sua penna si erge come un'antica sibilla, intessendo una sinfonia di oscurità e luce, di peccato e redenzione, dove ogni parola è un'accordo di una partitura divina. Come un'odierna Emily Dickinson, l'autrice si distingue sopra l'ordinaria prosa della letteratura contemporanea italiana rappresentata dai vari Fabio Volo, Donato Carrisi, Antonio Scurati, Gianrico Carofiglio etc. dipingendo destini e passioni in una danza decadente tra bellezza e desolazione. Come un'arpa antica che risuona nelle ombre di un salotto abbandonato, le parole di Santacroce danzano tra le pieghe del tempo, evocando un mondo intriso di luci sfavillanti e ombre spettrali, di amore ineffabile e perdizione ineluttabile. In questo capolavoro, l'autrice si erge come una moderna sibilla, tessendo una trama intricata di destini avvinti e passioni incendiarie.

Sul palcoscenico della vita emergono due cugine, Lucrezia e Antonia, come figure mitiche in un panorama di vanità e desiderio. Lucrezia, radiosa e seducente, incarna l'essenza stessa della bellezza, mentre Antonia, ribattezzata "la Gnu" per la sua bruttezza percepita, si agita nell'ombra della sua esistenza. Ma è nell'incontro con l'enigmatico Manfredi che le vite delle due cugine prendono una svolta sinistra e inquietante. L'amore diventa un gioco pericoloso, un labirinto di desideri irrimediabili dove nessuno è immune al fascino delle illusioni. Mentre Lucrezia si lascia catturare dall'aura glamour di un amore vuoto, incarnato nel patetico Biscottino, Antonia si ritira nell'ombra della sua stessa anima, cercando disperatamente un riflesso di sé nelle vite altrui. Le parole della Santacroce risuonano come note di un requiem decadente, taglienti come lame di luce nell'oscurità della notte.

Attraverso una prosa affilata come il taglio di un diamante, l'autrice dissacra senza pietà le illusioni e le ambizioni dei suoi personaggi, lasciando il lettore a contemplare l'abisso della condizione umana. In questo mondo di specchi deformanti, dove la bellezza è una maschera che nasconde l'orrore della nostra essenza, "Magnificat Amour" si erge come un monumento alla vanità e al potere seduttivo della bellezza. Santacroce ci invita a scrutare nei recessi più oscuri della nostra anima, a confrontarci con la nostra più intima verità, mentre ci smarriamo nel labirinto delle sue parole cristalline.

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