Copertina di Joan Baez Farewell, Angelina
Gregor_Lake

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Per appassionati di musica folk, attivisti sociali, estimatori della musica impegnata e storici della musica anni '60
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LA RECENSIONE

Se volessimo identificare con un volto femminile il più agognato dei diritti umani, la libertà, tale scelta ricadrebbe devotamente su Joan Baez.

Pacifista e disobbediente, icona del movimento di protesta anti-nazionalista americano degli anni ’60, Joan Baez ha incarnato al meglio la figura di musicista impegnata, connubiando il folk revival americano a una profonda dedizione verso le problematiche socio-politiche di interesse globale. Sulle sue corde vocali e chitarristiche marciavano a piè pari l’utopia del cambiamento sociale e la brama di catarsi del decennio.

Se la storia ce l’ha spesso presentata per il suo attivismo e per la sua coerenza (paroloni al giorno d’oggi), è opportuno chiarire che il suo percorso musicale è andato di pari passo con le lotte civili: cresciuta musicalmente a Boston, la Baez arrivò al successo nel 1959, giovanissima, quando si fece conoscere e apprezzare al Festival di Newport per il suo profondo pathos interpretativo e per la nitidezza del suo stile chitarristico nella riscoperta delle più pure tradizioni folk.
Interprete quindi, e non ancora compositrice, il suo più importante contributo pragmatico e di carattere innovativo alla musica folk lo diede introducendo nella cultura del Greenwich Movement le tradizioni del mondo, con l’interpretazione di brani tipici delle culture di paesi differenti.

Qui la musica folk smetteva di essere folkrore e si imbeveva di ogni sorta di etnia musicale, anticipando così quel concetto di globalità sonora tanto caro alla World Music; la voce di protesta dei giovani del mondo stava assumendo un accento universale. E la Baez, sangue quacchero e stile proprio tanto dei canyon americani quanto delle colline inglesi, cominciò a pescare a larghe maglie nei repertori del mondo, muovendosi poliglotta tra una “Bamba” argentina e “Nu bello cardillo” napoletano, tra un “Plaisir d’amour” francese e una “Blowing in the wind” nipponica.

La sua personalità caparbia e carismatica venne a fondersi con un innato affiatamento artistico, facendone in breve tempo una vera e propria bandiera d’America, in un contesto nel quale verrà eguagliata solo da Dylan; e fu proprio l’incontro con il giovane Bob a influire sulle carriere di entrambi: sulla Baez, che appena scovato il talento compositivo di quell’astro nascente iniziò a riproporre i brani dylaniani nei dischi e nei concerti a tappeto per l’America, e su Dylan, vera e propria fucina creativa, che potette godere dell’appoggio di un’artista già affermata a livello nazionale come trampolino di lancio. Tra i due scoppierà un’inevitabile storia d’amore, tanto leggendaria quanto discussa, la cui fine, nel 1965, verrà anche documentata dal regista Pennebaker nel film “Don’t look back”.

Nello stesso anno, tra un amore personale al tramonto e un conflitto globale all’alba, Joan Baez raggiunge quello che è probabilmente il suo apice artistico: “Farewell Angelina”.

Col folk-rock non ancora in auge, un certo wind of change del mondo musicale era stata preavvertito da artisti quali i Byrds, i Leaves, lo stesso Dylan e gli spesso dimenticati Beau Brummels, cosicché in tale polluzione sonora anche la Baez, nel suo nuovo disco, rinunciò a quei canoni conservatori che l’avevano caratterizzata in passato in favore di arrangiamenti più complessi, chiamando per la prima volta a sé altri musicisti: Bruce Langhorne alla chitarra elettrica, Russ Savakus al contrabbasso e Ralph Rinzler al mandolino.

La scelta delle prime tre tracce da interpretare ricade su Dylan: l’omonima “Farewell Angelina”, inedito dylaniano, è una struggente ballata costruita sulla vicenda di un ragazzo che deve abbandonare la sua amata per recarsi in guerra; la resa della Baez è di una tale enfasi da riuscirne a fare uno dei più grandi successi del folk in generale. “Daddy, you been on my mind”, dalle pieghe country, e “It’s all over now, baby blue”, un folk in falsetto, sono tristi storie d’addio, ancora della penna di Dylan, in cui risalta il fascino e l’intensità delle doti canore della Baez. In “The wild mountain time”, un classico di Romoff, e in “Colours”, cover di Donovan, i droni chitarristici di Langhorne si tessono magistralmente alle melodie della Baez, e alcuni accorgimenti addizionali avrebbero potuto benissimo farle diventare delle hit.

Ranger’s command” di Woody Guthrie, il padre del folk-revival, ammalia per la purezza lirica e la dolcezza delle linee vocali della Baez; “A satisfied mind”, con evidente accento country, sembra precorrere di qualche anno le scelte musicali che la Baez intraprenderà sul finire dei ’60; di contro, “The river in the pines”, brano tradizionale, è quasi un ritorno alle sonorità semplici e disadornate del passato. I territori del folk mondiale vengono esplorati con “Sagt Mir Wo Die Blumen Sind” e “Pauvre Ruteboeuf”, morbidamente epiche nell’immedesimazione della Baez. E infine ritorna Dylan nella traccia conclusiva, una “A Hard Rain's Gonna Fall” alquanto tetra nella sua attualità, che è un po’ la summa dottrinale del movimento di protesta protrattosi negli anni fino ad oggi, protesta costante ma purtroppo inutile, dato che i problemi del mondo sono rimasti invariati.

E se oggi i capelli non sono più lunghi e corvini e la cristallina voce da soprano non è più quella di un tempo, lei, caso più unico che raro in un ambiente musicale dove il trasformismo è sempre stato un’esigenza, ha continuato coerente il suo percorso di protesta contro il sistema americano. Il suo impegno sociale, la sua integrità morale, il suo vivere per e con la gente, e non per comodo o per facciata, si mantengono intatti e attuali, oggi come in quell’agosto del ‘63, quando sognava al fianco di Martin Luther King.

Sono cinque le stelle per la folk-singer per definizione, per la madre artistica di Joni Mitchell, Carly Simon e Patti Smith, cinque stelle di umiltà e coerenza, cinque stelle rifulgenti in un firmamento di pace e libertà.

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Riassunto del Bot

La recensione celebra Joan Baez come emblema della musica folk impegnata e della protesta sociale degli anni '60. Farewell Angelina è descritto come un album di svolta, tra folk tradizionale e nuove sonorità folk-rock, con autorevoli collaborazioni e brani di Bob Dylan. La voce e il carisma di Baez rappresentano un simbolo di pacifismo e coerenza artistica che rimane attuale ancora oggi.

Tracce testi

01   Farewell, Angelina (03:18)

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02   Daddy, You Been on My Mind (02:19)

03   It's All Over Now, Baby Blue (03:25)

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04   The Wild Mountain Thyme (04:37)

05   Ranger's Command (03:18)

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08   The River in the Pines (03:37)

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09   Pauvre Ruteboeuf (03:37)

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10   Sagt Mir Wo Die Blumen Sind (04:04)

11   A Hard Rain's A-Gonna Fall (07:35)

Joan Baez

Cantautrice e attivista statunitense, figura centrale del folk revival anni '60. Debuttò al Newport Folk Festival nel 1959, legata artisticamente a Bob Dylan. Nota per la voce da soprano, le interpretazioni multilingue e l’impegno per i diritti civili e la nonviolenza.
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