L’uomo che suona la chitarra solista nelle Aquile cos’ha di speciale? Personalità, arguzia, versatilità, umiltà, dolcezza epica, estro compositivo, grinta da rocker. Con queste doti è riuscito a “sopportare” per mezzo secolo il carattere da “bullo” di Glenn Frey e quello ansioso/meticoloso di Don Henley, i due boss che allo stesso modo non si sono mai sognati di mettere in discussione il ruolo e gli spazi di Walsh all’interno degli Eagles (se non una volta, ma ci arriveremo in futuro).
Eagles che nel 1985, anno in cui esce questo sesto lavoro solista di uno di loro, sembrano morti e sepolti. Joe si barcamena fra la terza moglie Juanita Boyer e l’illustre amante Stevie Nicks (che gli sta addossissimo pure in studio mentre prepara quest’album), indulge giornalmente con sottili strisce bianche, cavalca insomma il way of life del musicista di successo, piazzato in villa e piscina sulla collina di Los Angeles. Però senza spocchia, senza enfasi.
‘Sto disco è abbastanza di routine per lui, vale dire divertente e immarcescibile, consistente anche se non indispensabile. Peccato che il produttore scelto sia quello sbagliato… Keith Olsen è forgiatore di suoni potenti ma freddi, troppo cristallini oppure legnosi, senza quella schiettezza che deve mostrare il buon rock. Per fortuna è presente l’usuale varietà di temi e di intensità musicale; si va dalle ballate solenni ai rock’n’roll scanzonati, abbelliscono i puntuali “colpi” di slide guitar riconoscibili all’istante. La voce è quella, distinguibilissima, “né buona né cattiva” come lui l’ha sempre sobriamente definita, in realtà ingrediente indispensabile alla sua musica.
Si inizia con un bel reggae, fresco e divertente anche se parla di… problemi! Infatti s’intitola “Problems”. Stupenda la successiva “I Broke My Leg”, pagina di vita del nostro che si scarrozza la sua donna al cinema, al ristorante, ad Aspen a sciare dopodiché… ruzzola con gli sci e si rompe una gamba. Vi imperversano il talk box, un organo notturno e incombente, altre chitarre sempre dal suono ricercato e dal tocco identificabilissimo. L’ironia continua imperterrita con “Bubbles” che però affronta un argomento serio e pure attuale: Joe si sente circondato dappertutto da... bolle, vale a dire i residui delle porcherie non degradabili con cui l’uomo sta riempiendo il pianeta.
Le canzoni si susseguono scanzonate, divertenti e piene di trovatine strumentali. Quello che manca, fino a metà disco, è del buon rock muscolare, come se la raggiunta fase adulta di Walsh lo avesse allontanato dagli ardori di quand’era giovanotto. “Slow Dancing” è esplicativa a riguardo… un numero cadenzato e amorfo, di poco nerbo. Ma il rock blues arriva in soccorso con la centrale “15 Years”, strascicata e ipnotica, abbellita da un bel lavoro di pedale wha wha. Abbruttita però dai tom elettronici della Simmons, una delle cagate anni ottanta a cui migliaia di batteristi professionisti e di produttori di nome hanno a quel tempo indugiato.
La traccia 6, ovvero l’apertura della seconda facciata del vinile, è dedicata al pezzo forte dell’album, quello con titolo eponimo. E’ una faccenda di sette minuti e rotti che si direziona quasi verso il progressive. Vi è una lunga introduzione d’atmosfera sulla quale, a colpi di dobro e di effettatissime chitarre elettriche, si forma lentamente il ritmo del pezzo. Tuttavia la sua aria da blues psichedelico lascia poi improvvisamente il passo ad un rock potente ed escavante, rendendo la canzone bipartita. Il chitarrista dà fondo allora a tutto il suo talento, ma l’arrangiamento è pressoché massacrato dai tonfi della Simmons che rendono l’episodio ben datato e, sopra ogni cosa, farraginoso… Meglio la prima parte psico-blues del brano.
Viene a soccorso “Rosewood Bitters”, scritta dall’amico Michael Stanley conosciuto quando da giovanotto Joe stava in Ohio prima a studiare, poi a suonare colla James Gang: grande chitarra slide strappacuore in questa occasione. E per nostra fortuna continuano ad alzare l’energia e la suggestività dell’album le successive “Good Man Down”, un rock blues prevedibile ma risoluto e cazzuto ed infine “Dear John”, un reggae a chiudere che fa il paio con quello d’apertura. Mi è facile intuire che stavolta Joe si rivolga alla moglie, chiamandola John “in order to protect the innocent”, che dev’essere poi il loro figliolo. “Ti volevo scrivere una lettera, ma ne è venuta fuori una canzone”, canta Walsh.
Dedicare un brano ai guai con la consorte Juanita chiamandola Giovanni è proprio un numero da Joe Walsh, mattacchione malinconico e di talento. Mi sono sempre sentito vicino a questo personaggio, è una rockstar molto diversa dallo standard ed ho un vero trasporto per il suo modo di affrontare la musica, la chitarra ed i guai della vita.