Su quello che i Killing Joke sono stati, sulla loro importanza storica, sugli apici raggiunti negli anni '80 penso che non ci sia poi molto da dire e rivangare, almeno su queste pagine, quindi non starò qui ad annoiarvi con frasi fatte ma passo direttamente al sodo, ovvero analizzare nel dettaglio la produzione di questo straordinario gruppo durante gli anni '90: una produzione non abbondante, riassumibile in soli tre album, spesso trascurati e dimenticati. Dopo "Outside The Gate" la band sembrava sull'orlo del collasso, quell'album era praticamente un progetto solista di Jaz Coleman marchiato Killing Joke per volere della casa discografica; voci di scioglimento si fanno sempre più insistenti, ed invece no: come a rendere onore al nome che si sono scelti i KJ ritornano alla carica dopo appena due anni con questo album significativamente intitolato "Extremities, Dirt And Various Other Repressed Emotions".
Non so di preciso cosa sia accaduto nella formazione inglese nel periodo tra il 1988 ed il 1990, fatto sta che è scoccata una nuova scintilla: "Outside The Gate", oltre alla caustica ironia tipica dei KJ incorporava anche atmosfere riflessive; era un album variegato, accessibile, ricco di influenze e molto suggestivo, con EDAVORE cambia tutto, completamente: questo disco è un monolite, dieci canzoni (più un breve strumentale) che si assestano su una lunghezza media di 5/6 minuti, atmosfere sature, pesanti, prettamente industrial. La tensione è palpabile, i testi critici e corrosivi, più che mai profetici: Jaz Coleman denuncia in maniera molto diretta ed inequivocabile tutte le aberrazioni della società e dell'anticultura post-Guerra Fredda: il culto del dio denaro, l'oppressione capitalista che stritola il pianeta in subdolo e mascherato regime neo-colonialista, la lobotomia di massa dei bombardamenti pubblicitari, l'inquinamento, l'alienazione di una società spersonalizzata che si incarna nel motto produci-consuma-crepa, antivalori come l'avidità, l'egoismo e l'arrivismo.
"Extremities..." è un album che esalta al massimo il carisma sciamanico e predicatorio di Jaz Coleman, voce stentorea, cupa, evocativa, un Jim Morrison industriale, è lui il catalizzatore dei Killing Joke, colui che riesce a sfruttare al massimo, in tutte le sue enormi potenzialità la texture sonora creata dalla chitarra acida di Geordie Walker e dal basso sempre pulsante, sontuoso ed implacabile di Paul Raven, a cui si aggiunge un'ottima dose di sintetizzatori a colorire ulteriormente le atmosfere. È grazie a questi elementi che l'album "spacca", colpisce fin da subito, entra istantaneamente in circolo a dispetto della sua lunghezza e della complessità delle composizioni, anzi, è proprio negli episodi più dilatati che questi Killing Joke esprimono il meglio, su tutti la formidabile invettiva di "Age Of Greed", il pathos epico e quasi opprimente di "Intravenous" e gli scenari cupi e malati di "Inside The Termite Mound", cavalcate straordinarie, di potenza sonora quasi wagneriana ed evocative nel loro fascino apocalittico. Il ritmo rallenta con un affresco straniante come "Solitude", da cui cominciano a trasparire le atmosfere orientaleggianti del successivo capitolo, "Pandemonium", confluendo nell'ipnosi angosciosa e stridente di "North Of The Border", episodi che ben rappresentano lo smarrimento e la depressione dell'individuo prigioniero di una società priva di prospettive, valori e sentimenti.
Tuttavia non mancano alcuni episodi più semplici, "Extremities" e il singolo "Money Is Not Our God", anthems marchiati a fuoco da un Paul Raven in questo contesto a dir poco superlativo, e l'insinuante "The Beautiful Dead", dai riflessi psichedelici; canzoni che tutte le band della scena industrial ed alternative metal conosceranno alla perfezione, tanto imitati, mai raggiunti, come recita il loro motto. Già, perché i Killing Joke sono unici, c'è veramente poco da fare, ed "Extremities, Dirt And Various Other Repressed Emotions" è un'ulteriore dimostrazione di coerenza, ispirazione, nettissimo rifiuto di qualsiasi logica commerciale: un album di denuncia, intenso, forte, vibrante, diretto, entusiasmante che, dopo l'ultima bordata apocalittica, "Struggle", si chiude con la risata liberatoria di Jaz, consapevole di aver colpito nel segno, per l'ennesima volta.
"Un lavoro di intensità spaventosa, dotato di poteri evocativi che pochi hanno saputo riformulare."
"La lotta è dura, la lotta è lunga, la lotta è bella."