A pochi mesi dal capolavoro In The Court, i King Crimson regalano un' altra gemma al pur già sfavillante panorama prog del periodo (nello stesso anno, il 1970, esordiscono ELP e Gentle Giant, Genesis e Van Der Graaf definiscono il loro stile con dischi come Trespass e The Least We Can Do Is Wave To Each Other), un disco importante, per alcuni versi un' evoluzione rispetto all' album d' esordio, giustamente premiato dal pubblico di allora (quarto posto in classifica, una posizione più in alto rispetto a In The Court), oggi di certo non celebrato come meriterebbe. Infatti il disco paga un impatto meno devastante, un tono più dimesso, meditativo rispetto al lavoro precedente; in questo sta la sfortuna di In The Wake, nel confronto appunto con un album storico, rivoluzionario, pietra d' angolo di quello che proprio a partire da allora verrà definito "art rock" e che stabilirà le vere coordinate del progressive, molto più delle ingenue sperimentazioni dei Moody Blues o dei Nice. Malgrado la pesante eredità di In The Court, i King Crimson fanno tutto il possibile per la realizzazione di un album che si presenta subito non facile, a cominciare dai problemi interni alla band, orfana della bella voce di Lake (che ha abbandonato a metà delle sessions per unirsi a Palmer ed Emerson) e del polistrumentista McDonald. I contrasti interni non influiscono comunque sulla resa, l' impatto sonoro è anche più curato, grazie soprattutto agli arrangiamenti di stampo jazz dei nuovi arrivati, Keith Tippett e Mel Collins. Anche i testi, che parlano ancora di solitudine ed alienazione, rimangono ottimi, come del resto saranno in tutto il periodo con Peter Sinfield (per quanto Richard Palmer-James sia un eccellente paroliere, da Lark's Tongues In Auspic in poi si avverte la mancanza di certa magia del passato, ma ciò è anche una conseguenza del ripensamento artistico di Fripp che lo porterà, dopo Islands, a rivoluzionare la band). I brani, quasi tutti di Fripp, risalgono all' anno precedente, per questo il primo lato sembra ricalcare In The Court: dopo il canto onirico di Peace irrompono i toni apocalittici, i ritmi frenetici di Pictures of a City, quasi una rivisitazione di 21st century schizoid men. Ancora una volta, le asperità inizilali sono subito stemperate da una canzone melodica tra le più belle scritte da Fripp e Sinfield, la delicata Cadence and Cascade, con testi che parlano di illusioni e falsi miti attraverso la vicenda di due groupies.  Quindi la title-track, maestosa, solenne nel suo inizio di mellotron, un brano " alla epitaph",  inquietante e d'atmosfera, indubbiamente il punto più alto del disco. Splendide anche le parole di Sinfield, ispirate alla suggestiva copertina di Tammo de Jongh, trasposizione pittorica della teoria dei 12 archetipi. Una breve e toccante ripresa di Peace fa da ponte per la seconda parte del disco, quella con cat-food, ironica canzone sul consumismo, in cui spicca il piano free-jazz di Tippett, e con The Devil's Triangle, suite strumentale in più parti, dall' incedere marziale sempre più minaccioso su cui si innestano divagazioni free, enigmatici carillon, persino autocitazioni da In The Court, il tutto in un crescendo sempre più concitato. A chiudere il disco, di nuovo Peace, uno dei tanti tesori dimenticati del Re Cremisi, quanto di più poetico, semplice, incisivo, struggente i KC abbiano mai saputo proporre, solo voce, chitarra, e le parole di Sinfield ("Searching for me, you look everywhere except beside you / searching for you, you look everywhere but not inside you"). E' l' ennesima dimostrazione di come i King Crimson sappiano davvero fare musica a 360 gradi, in qualunque campo si cimentino, per quanto possano cambiare, riescono a raggiungere obiettivi impensabili per qualunque altra formazione. Musica studiata, la loro, rigorosa, pensata e rimuginata dal loro dispotico leader, nel contempo estremamente espressiva, mai vincolati a generi né prigionieri del loro suono, ma sempre alla ricerca di nuove soluzioni: proprio per questo, cioè per la loro apertura musicale, per la voglia di progredire, rappresentano, anzi incarnano, il vero spirito del progressive. E proprio qui sta la grandezza dei King Crimson, nel saper approcciare generi diversi con uno stile ed una qualità sempre inconfondibile.

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