Copertina di King Snake Roost Things That Play Themselves
Spaccamascella

• Voto:

Per appassionati di musica noise, post-punk e underground, amanti di sonorità intense e band alternative anni '80.
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LA RECENSIONE

Chitarre che non si fermano mai, distorsioni disumane, muri di rumore, e ritmi cupi quasi tribali, basso cingolato, una voce roca perennemente incazzata, e ancora rumore, brandelli di punk, violenza. Ma non è violenza inflitta, è violenza subita, solo un modo per sfogare il disordine e la distruzione che possono essere dentro un qualsiasi ragazzo di venti anni australiano.

Noise, post-punk, garage, creativi come pochi, degenerati come i Tragic Mulatto ma più seri, spiazzanti come i No Trend, con i fiati che disturbano come se fosse free-jazz.

Australia dunque, Adelaide per la precisione nel 1985, una breve carriera fino al 1990, ma abbastanza tempo per pubblicare tre grandi album e suonare insieme a Sonic Youth, Big Black, Mudhoney, Helmet, Babes In Toyland, Lubricated Goat, feedtime e The Mark of Cain. I King Snake Roost sono senza pietà, ti tartassano le orecchie e la mente, sono una terapia verso ogni sentimento represso, meglio che distruggere un'automobile a martellate.

Le chitarre sono delle lame, affettano ogni tuo pensiero, e sangue cola da ogni nota, è difficile sentire una musica così trascinante e piena di rabbia.

Dopo ogni traccia sarete stremati, abbattuti, vi risulterà difficile credere che esiste un Dio. È un caos che ti riempie, che espande la tua mente e ti lascia vuoto e solo alla fine dell'album. È l'espressione di menti malate, possibile colonna sonora di "Spell-Dolce Mattatoio". È uno di quei dischi da non ascoltare in compagnia perché genera odio reciproco. Ma da ascoltare assolutamente perché difficilmente capita di provare emozioni così intensamente.

Apocalittici come i Pere Ubu la loro musica è una danza moderna per ragazzi che non sanno dove andare, che vogliono qualcosa e la vogliono subito, ma non sanno cosa. È musica figlia del suo tempo, che esprime l'insofferenza verso la vita contemporanea, ma cosa fare se non gridare tutto questo e rifiutare ogni forma di normalità?

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Riassunto del Bot

La recensione esalta l'album 'Things That Play Themselves' dei King Snake Roost, definendolo un concentrato di rumore, rabbia e intensità sonora. La band australiana degli anni '80 è descritta come una forza distruttiva, capace di esprimere il caos interiore e l'insofferenza giovanile tramite un mix originale di noise, punk e free-jazz. Un disco difficile ma imprescindibile per chi cerca emozioni crude e profonde.

Tracce

01   Worm's Eye View (00:00)

02   D.T.'s (00:00)

03   The Ledge Does Vegas (00:00)

04   Everything Falls Apart (00:00)

05   Hammerhead (00:00)

06   Acid Heart (00:00)

07   Fried (00:00)

08   Trogman's Buried (00:00)

09   Talking Turkey (00:00)

10   Shunting Yard (00:00)

11   That Again? (00:00)

12   Gutterbreath (00:00)

King Snake Roost

Band noise/post-punk formatasi ad Adelaide nel 1985 e attiva fino al 1990. In pochi anni pubblicarono tre album e suonarono con band come Sonic Youth, Big Black, Mudhoney, Helmet, Babes In Toyland, Lubricated Goat, feedtime e The Mark of Cain.
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