Va riconosciuto ai La Crus un riuscito compromesso tra classico e moderno che li caratterizza sin dalla loro prima pubblicazione.
Hanno riproposto un certo stile croonesco da canzone d'autore italiana porgendo ai loro ascoltatori alcune soluzioni, che al tempo, gli permettevano la presenza al cospetto del contemporaneo. I campioni, l'elettronica dilatata in piena febbre Trip Hop.
E poi Mauro Ermanno Giovanardi con i suoi amati anni sessanta che cita e canta continuamente tra la carriera solista e le collaborazioni.

In Proteggimi da ciò che voglio avviene il medesimo processo. La band conia il termine polietica per descrivere i nuovi testi; la volontà è quella di accostare la canzone impegnata ad un suono che, molti ci avranno fatto caso, va in linea con quello delle band synth pop al giorno d'oggi (vedi i Depeche Mode di Where's The Revolution?) e si ha a tratti l'idea che proprio questi ultimi siano una importante fonte d'ispirazione.

Ne (appunto) La Rivoluzione si accompagnano a Vasco Brondi e al filosofo Slavoj Žižek. Le altre due presenze in tracklist consistono nel passaggio dei Colapesce Dimartino nella riproposizione di Come Ogni Volta e di Carmen Consoli in Io Confesso. L'inclusione di questi due vecchi (bei) brani era consona ad un ritorno discografico? Trattasi per chi scrive del solito vezzo italiano delle ospitate; le originali sono importanti nella storia del progetto che trovo superfluo rivisitarle.

Mauro Ermanno Giovanardi e Cesare Malfatti donano alle tracce dei ritornelli pregni di melodia rassicurante, anche all'interno delle più sostenute. Su tutte, lo slogan simil-anti capitalista Mangia Dormi Lavora Ripeti, nella quale ad un certo punto si pone la domanda

"Ma tu come fai a non crollare?"


Ed infatti il tema centrale del disco è la disillusione. Lo stress di una vita sacrificata al potere, al lavoro molto spesso
logorante, alla quotidianità dalla quale ci si ritaglia uno spazio per confrontarsi e per cercare di fare il punto.

È parecchio esistenzialista e pubblicato al momento "giusto". I La Crus non hanno la pretesa di fare i paladini
dell'ovvio, ma cercano con i loro mezzi di colpire allo stesso modo l'insoddisfazione di una classe operaia che
non ha vissuto nessun boom e l'insoddisfazione di chi perde giorno dopo giorno un pezzo di se tra le dinamiche della depressione.

Gli estimatori di lunga data troveranno un abbraccio tra i dolori di questo disco, sopratutto in Shitstorm, Sono stato anch'io una stella e Io non ho inventato la felicità.

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