Il Festival di Sanremo, come detto in altre occasioni, assomiglia a un porto di mare, o forse a una stazione ferroviaria che ha visto passare dalle sue parti un po' di tutto: pezzi che hanno fatto la storia della musica italiana, brani enigmatici come "Sette fili di canapa" di Mario Castelnuovo (probabilmente scritto dopo avere consumato numerose dosi di stupefacenti) e, last but not least, canzoni imbarazzanti, entrate di diritto nell'olimpo del trash nostrano.

L'edizione del 1993, da questo punto di vista, si può considerare particolarmente succosa. A vincere, quell'anno, è "Mistero", cantata da un Enrico Ruggeri lontanissimo dagli esordi punk/new wave, vestito con giacche dai colori improbabili e dotato di una chioma ancora dignitosa.

Tralasciamo la competizione dei Big, dove spiccano un Renato Zero in crisi mistica, classificatosi quinto con la sua "Ave Maria", e un giovane Biagio Antonacci, che con "Non so più a chi credere" (sapessi noi, caro Biagio) non riesce ad andare oltre l'ottava posizione. Soffermiamoci invece sulla Sezione Novità, formata da diciotto emergenti che, per quattro giorni, finiscono per ammorb... ehm, per allietare i già assopiti italiani presenti in sala e i milioni di telespettatori collegati da Nord a Sud.

Inutile parlare de "La solitudine", brano stracciamaroni che, oltre a piazzarsi primo, renderà famosa Laura Pausini, inaugurando una stagione melodica e povera musicalmente: in altri termini, il trionfo di Pippo Baudo, ritornato alla conduzione del Festival con lo scopo di risollevarne le sorti dopo il declino mostruoso degli anni Ottanta.

Ad attirare la nostra attenzione è un altro personaggio. Stiamo parlando dello sconosciuto Leo Leandro, paffuto partenopeo che sbaraglia la concorrenza con "Caramella", una delle canzoni più geniali e assurde della storia del Festivalle.

La prima domanda che mi sono posto è questa: come Diavolo ha fatto costui a passare le selezioni sanremesi? Le risposte potrebbero essere tante (una raccomandazione stellare, il tasso alcolemico dei componenti della Commissione Musicale, etc...) e tuttavia non chiariscono il mistero che circonda la partecipazione di Leo Leandro alla più prestigiosa kermesse canora del Bel Paese.

Immaginatevi un losco figuro degno dei peggiori centri scommesse di Fuorigrotta, un incrocio tra un parcheggiatore abusivo, Gigione e un maniaco sessuale in libera uscita. Osservatelo scendere la famosa scalinata dell'Ariston e venire presentato, non senza stupore, da un Pippo Baudo tirato a lucido e da Lorella Cuccarini, l'allora più amata dagli italiani. Ascoltate con attenzione il brano, leggete il testo e penserete davvero di stare sognando o di essere vittime di un incantesimo, poiché tutto ciò non può essere vero e invece, incredibilmente, lo è.

Concentriamoci sull'esibizione. Leo sfoggia un look da "rattuso", un pedofilo in incognito con tanto di berretto tattico con su scritto il suo nome e disegnata una caramella. È dotato di una buona voce, graffiata e un po' blues, che su un pezzo diverso avrebbe probabilmente incantato la platea. Peccato che il nostro, forse fuggito dai domiciliari, decida di parlarci della sua infatuazione per una minorenne, che ovviamente non lo ricambia (e ti credo, fossi stato in lei avrei quantomeno chiamato la polizia).

Il testo sembra scritto da un Jo Donatello particolarmente ispirato e sarebbe perfetto per la Sagra del Fagiolo Quarantino a Volturara Irpina. Peccato che siamo a Sanremo e ascoltare delle cose come "Caramella all’albicocca, guarda che bocca/Caramella alla mora, guarda che bona" oppure "Hai sedici anni, ma guarda tu/Ormai io li ho passati da un po'" basterebbe per contattare la neuro, la buon costume o il Telefono Azzurro.

E non è tutto, perché il nostro eroe impreziosisce ulteriormente la performance con alcune chicche passate ormai alla storia. Nel bel mezzo di questo pseudoplagio di "Attenti al lupo" (tonalità e accordi mi ricordano fin troppo quelli del brano di Lucio Dalla: mancano solo i ritmi in levare), Leo Leandro ricorda di essere un discreto musicista e decide di dimostrarlo all'annoiato pubblico sanremese. Sfortuna vuole che l'assolo di oboe si riveli un fallimento, una scorreggia stonata che avrebbe fatto morire dal ridere anche il più impassibile Buster Keaton.

Impossibile non menzionare il resto dell'esibizione, con Leo che stacca il microfono dall'asta e gigioneggia sul palco con atteggiamento guascone, degno di un pederasta appostato all'uscita del Liceo Classico "Umberto I" di Napoli. In un crescendo delirante si raggiunge il climax, con i poveri coristi che salgono di un'ottava e accompagnano il cantante fino alla fine, tra ripetizioni drammatiche del ritornello, baci e implorazioni a dir poco ridicole.

Termina così la carriera musicale di Leo Leandro, tra i ringraziamenti di Lorella Cuccarini e il silenzio totale del Pippo nazionale. "Caramella" sarà eliminata e non giungerà nemmeno alla serata conclusiva, ma resterà nei cuori di tutti gli amanti del cringe tricolore, i quali, a dire il vero, troveranno in quell'edizione pane per i loro denti: da "In te", vaneggiamento antiabortista firmato da Nek, a "Tu con la mia amica" di Maria Grazia Impero, folle cavalcata rock che conferma l'alcolismo di buona parte della giuria di quell'anno.

Su Leo Leandro c'è poco altro da dire: ha un canale YouTube in cui pubblica cover e inediti, materiale perfetto per quelle compilation di musica italiana che trovate nei peggiori autogrill tedeschi. E se qualcuno riuscisse a trovare il CD singolo di "Caramella" si imbatterebbe in un inquietante "Techno Mix" che, secondo me, non hanno ascoltato nemmeno i suoi parenti più stretti.

In conclusione, l'epopea del cantante napoletano riflette dei tempi diversi da quelli attuali, quando il politically correct era meno imperante e gli autori televisivi si concedevano libertà che, al giorno d'oggi, sarebbero assolutamente impensabili. O almeno è questa l'unica spiegazione plausibile per giustificare la presenza di "Caramella" tra le canzoni in gara.

Eppure me lo immagino Leo Leandro, seduto in una carrozza dell'espresso notturno Genova - Napoli (ammesso che esista), di ritorno dall'esperienza più assurda della sua vita. Lo immagino con il suo giubbino da serial killer, il cappello da idiota, lo vedo fissare il vuoto e chiedersi: come cacchio avrò fatto ad arrivare fin qui? Nessuno, a distanza di trent'anni, è ancora in grado di dare una risposta.

Ai posteri l'ardua sentenza.

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