Leonard Cohen
Old Ideas

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Voto:

"I'm old and the mirrors don't lie..."

Settantasette anni suonati, otto dall'ultimo disco di inediti: non troppi per dare alla luce un album sorprendentemente bello che è riuscito a sciogliere lo scetticismo che avevo prima di ascoltarlo. Non dite che era scontato che mi piacesse, perché no, non lo era. Amo i primi dischi di Cohen, è risaputo, ma quelli usciti dagli anni Ottanta in poi faccio un po' fatica a digerirli, almeno musicalmente.

Può darsi che Leonard sia vecchio, ora: troppo vecchio per continuare a trascinarsi dietro un fardello elettronico che ha contraddistinto gli arrangiamenti delle sue canzoni per molti dischi. Non troppo vecchio, però, per affrontare una lunga tournée con musicisti di livello (gli stessi che collaborano al disco), per trovare in loro l'ispirazione di spogliarsi finalmente di quel peso, di cercare un nuovo equilibrio nel suono, di rinnovarsi.

Forse non è la parola giusta, "rinnovarsi", perché di nuovo, alla fine, non c'è poi molto. E di certo non è un mistero, anzi, ce lo dice - ironicamente - il titolo del disco: Old Ideas, vecchie idee che tornano, ma senza monotonia: uno sguardo crudo e visionario verso il mondo che ricorda molto quello di "The Future" (qui in "Amen"), la spiritualità che prende forma in vere e proprie preghiere ("Come Healing, "Show Me the Place"). E ovviamente l'amore, anche nella sua forma più terrena e sensuale ("Crazy to Love You", "Anyhow").

Cohen racconta nella lingua dei poeti vecchie idee che sono anche le idee di un anziano, come la consapevolezza di non avere più tanto tempo da vivere, affrontata con ironica leggerezza. E parla addirittura alla sua immagine di cantautore in "Going Home", la traccia d'apertura, come un vecchio nonno un po' rincoglionito che parla da solo e che fa un po' tenerezza.

Se cercate melodie innovative e prodezze vocali, cambiate pure disco. È un recitativo cantato, sussurrato con una voce modellata da milioni di sigarette che scava nel pentagramma e nel profondo di chi ascolta, accompagnata da sottofondi di gospel - genere cui Cohen ci ha già abituato in passato -, echi di jazz e blues e addirittura qualche chitarra come quelle dei vecchi, vecchissimi tempi (quella all'inizio di "The Darkness" mi ricorda vagamente quella di "Avalanche"). Immancabili le voci femminili che ormai Cohen non si fa mancare mai: le fedelissime Jennifer Warnes e Sharon Robinson, Dana Glover e le sublimi Webb Sisters.

Insomma, un disco sorprendentemente bello, come vi dicevo all'inizio, ma non un capolavoro paragonabile a quello dei tempi d'oro (ma, alla fine, è possibile fare un capolavoro a quarant'anni di distanza?). I suoi quaranta minuti di durata sembrano essere troppo pochi. Le tracce, poi, sono distribuite in modo apparentemente poco studiato (o sono messe in modo strategico per concentrare le migliori all'inizio e distrarre mentre ci si avvicina alla fine dell'album...). L'ultimo brano, con la sfumatura un po' old-fashioned nel finale, lascia uno sgradevole senso di incompleto e di amaro in bocca.

Eppure, nonostante questi piccoli elementi di disturbo, resta comunque un lavoro apprezzabile. Di questi tempi, un gioiellino che merita almeno uno, due, centocinquanta ascolti.

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