E ci risiamo. Dopo gli afrosvedesi Goat, arriva un altro oggetto psichedelico non identificato (o identificabile) dalla Svezia.

Scovati dal Re Mida psichedelico Anton Newcombe (Brian Jonestown Massacre) questi misconosciuti Les Big Byrds pubblicano una delle migliori pastiglie lisergiche dell'anno (per la verità un po' sottotono bisogna dirlo). Le coordinate sono parallele a quelle del gruppo di Newcombe, ma più rock e con una spiccata predilezione per visioni da spazio siderale.

Brani tipicamente indolenti (“Back To Bagarmossen”) o estasiati (“War In The Streets”) ma sempre legati alla forma canzone, magari con digressioni psichedeliche, ma con strutture meno aperte e free di quello che uno si aspetterebbe da un gruppo così. E' difatti proprio l'equilibrio tra fruibilità (in verità potenzialmente molto ampia, anche per un pubblico poco aduso alla materia) e elucubrazioni introspettive il punto di forza del disco. Introspezioni che a volte strizzano un occhio a certe ritmiche krautrock (“Indus Waves” e “White Week”). A guarnire una pietanza di per sé già ricca e bilanciata, una titletrack che fa il verso alle colonne sonore di qualche sci-fi movie dei '70, alla John Carpenter per intenderci, e una cavalcata kraut che solo col titolo vince la palma di pezzo dell'anno (“1,2,3,4, Morte”).

E, se per voi, come per il sottoscritto, un disco non è fatto solo di frequenze udibili ma anche da un adeguato corredo grafico all'ascolto, una copertina con un Cristo che spara raggi laser dagli occhi a un gruppo di UFO stile b-movie potrebbe rappresentare un ulteriore sprone all'ascolto.




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