Nel 1989 i Litfiba, con Piero alla voce, sfornano l'ultimo di quella imperdibile trilogia di album (che comprende anche ''Desaparecido'' e ''17 re'') che hanno come matrice comune il tema politico. In particolare questo lavoro è composto da 10 tracks, che di commerciale non hanno nulla, ma che anzi hanno testi non di immediata comprensione, oltre che una musica sopraffina, guidata dal buon Ghigo alla chitarra, Maroccolo al basso, Aiazzi alle tastiere e il compianto Ringo alla batteria.

Le atmosfere sonore vanno dalla festosita' illusoria di ''Santiago'', in cui i Nostri sferrrano una critica al rapporto fra l'allora dittatore cileno Pinochet e Papa Giovanni Paolo II (''e dittatura e religione \ fanno l'orgia sul balcone''), al sound indescrivibile di ''Bambino'', altra frecciata al pontefice, odierno, nei concerti recenti.

Nel mezzo è impossibile non citare la pacatezza di ''Louisiana'', contrastante al ritmo di ''Paname'', canzone per cui è necessario piu' di un ascolto per comprenderla e apprezzarla al meglio. ''Cuore di vetro'' inoltre è un altro capitolo importante nell'album, con la voce di Pelù davvero tirata a lucido (l'interpretazione successiva di Cabo non è lontanamente paragonabile all'originale), a cui succede la westerniana ''Tex'', che fa riferimenti al genocidio degli Indiani d'america:

''...Oh, ma cosa dici? \ La nostra liberta' \ oh, che cazzo dici \  noi ce l'avevamo gia'...''

DIfficile è discutere quale sia la miglior canzone dell'album, e certo non va trascurata ''Corri'', una canzone per animi ribelli, rapida e fresca, cosi come tutto l'album, che è stracolmo di autentiche perle musicali.

Ma intendiamoci, qui si parla di rock.

Quello vero.

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