Ah, troppi ricordi. Io l'estate del 1992 me la ricordo, avevo 8 anni e stazionavo in località Diano Marina (non sapete dove sia? Miscredenti) e dal juke-box dello stabilimento balneare in cui soggiornavo con mammà e nonna (papà, poveretto, stava a Milano a lavorare e ci veniva a trovare nel week-end, eh sì, all'epoca c'era ancora il juke-box, smantellato l'anno successivo) tutti, ma proprio tutti, facevano suonare "Mare mare", e via a cantarla sotto il sole di mezzogiorno. Ecco, il sole. Sarà stato quello che non ci faceva capire una beata minchia, ma a riascoltarla all'ombra e al fresco la canzone, diciamo, non era proprio così allegra, anzi, nel finale il nostro si chiedeva, ma io, al mare, "che ci son venuto a fare se non ci sei tu? No non voglio tornarci più". Noi invece ballavamo, cantavamo e al mare eccome se ci volevamo andare, poi io, a 8 anni, anche se non c'era lei vabbè, amen.
Luca Carboni, uno dei grandi misteri della musica italiana. Cantore di una generazione di ventenni anni '80 che si poneva dubbi esistenziali sull'amore e sul futuro (tutti pensavano che quella generazione di dubbi non ne aveva, e invece Carboni ce li sbatteva in faccia) divenuto in breve tempo uno sbarazzino trentenne da dischi d'alta classifica, seppur di qualità; finito e bollito a metà degli anni '90 nel pieno dell'inizio di quella che avrebbe dovuto essere la (sua) maturità artistica. Colpa di Jovanotti che, dopo questo album se lo porterà in tour col celebre "Diario Carboni"? No, perchè vorrei far presente che dopo questo album il nostro non ne ha più presa mezza (il Jova è pericoloso, si sa).
"Carboni", disco in gran parte estivo, esce a inizio gennaio del 1992. Vende così tanto che dopo 8 mesi è ancora in classifica e raddoppia, triplica le vendite. Il pezzo trascinante è "Mare mare", a seguire la celebre "Ci vuole un fisico bestiale". Trattasi di disco di rilievo, curato negli arrangiamenti (batteria e linee di basso non banali), ironico e meno sbarazzino di quello che potrebbe sembrare. E' vero che a trainarlo sono i suddetti pezzoni da hit parade, ma il cantautore bolognese vive dentro i propri tempi e tenta di sviscerarne le contraddizioni ponendo l'attualità in primo piano. Siamo negli anni di Tangentopoli e delle stragi di mafia, ecco dunque "Alzando gli occhi al cielo" ("Come fanno i capi della mafia a non pentirsi?") e il brano che apre la seconda facciata, l'abbastanza celebre "La mia città" in cui cesella, con convinzione, le difficoltà del vivere in una città e l'isteria che colpisce chi ci vive ("Te, che anche se mangi il gelato c'hai lo sguardo incazzato") e anticipa un tema oggi all'ordine del giorno, la paura dei furti e della delinquenza (le case con mille sbarre alle finestre, ed era trent'anni fa, cos'è cambiato?).
L'intimismo funziona. Dalla rassegnazione del "Tempo che passi" all'ansiogena "Le storie d'amore" (musicalmente oscura, nonostante un testo tutto sommato easy), epperò il colpo da biliardo è "L'amore che cos'è", ariosa, ogni tanto urlacchiata che ricorda, molto da vicino, il leit-motiv di "Farfallina", presente in quell'album omonimo del 1987 che ne ridefinì le coordinate cantautorali.
Non tutto fila liscio, almeno due pezzi sono palesi riempitivi scritti solo per far volgere il minutaggio dell'album intorno ai 40 minuti: "Siamo le stelle del cielo" è (abbastanza) imbarazzante, con quei cori invecchiati malissimo e "Baila Sad Jack", detto di un ritmo trascinante, è un ritrattino all'acqua di rose di uno sfigato di mezza età (oltretutto poco coerente con il resto dell'opera).
Ultimo fuoco, signori. Poi l'acqua della mediocrità lo spense, dicono che compiere 40 anni cambia un uomo, per Carboni furono abbastanza 30.
La mia città che «mi chiude in una stanza e mi fa sentire solo» e ci obbliga sempre dentro a qualcosa, un’auto che va o dentro a un tram...
«Ma se per caso alzano gli occhi al cielo come fanno a non cagarsi sotto, a non sentire freddo.»