“La lucidità non estirpa il desiderio di vivere, tutt'altro, rende solo inadatti alla vita.“

Edito in questi giorni è un articolo pubblicato sul “The Guardian” che analizza una tendenza quantomeno significativa nella musica pop negli ultimi quarant’anni, ovvero la perdita di quel goliardico ottimismo con conseguente diffusione di un più critico pessimismo, con conseguente inasprimento del linguaggio, cne negli anni 10 del 2000, sembrerebbe aver trovato il suo apogeo.

Un po’ per l’alternarsi di generi meno spensierati che nel corso degli anni sono riusciti ad attecchire sulle grandi masse, un po’ perché è la società stessa a vivere un costante tumulto.

Parto da questa premessa inusuale per presentare l’oggetto di questa recensione, “Watching Movies With The Sound Off” del compianto Mac Miller, pubblicato nel 2013.

Perché?

Per rispondere alla domanda, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo di qualche anno.

Mac Miller è un giovanotto bianco, bruttino, ma di belle speranze cresciuto da una famiglia benestante a Pittsburgh, con un background musicale interessante: è un polistrumentista ed è appassionato di rap, tanto che già a 15 anni ha le idee chiare su quali sono le sue priorità, ovvero sfondare come artista.

Le attenzioni mediatiche arriveranno tra il 2009 e il 2010, con la pubblicazione dei primi Mixtape che porteranno un’accoglienza tiepida in termini di critica, ma un consenso sempre più grande di pubblico.

La formula è quella di un rap scanzonato e allegro (che verrà identificato poi con il termine “Frat-rap”), incentrato su feste, droga e sesso, che si erge su produzioni cloudy e delicate, con voci eteree in sottofondo e qualche delicata spruzzatina di synth. Una proposta che ben si adatta al clima gaudente che si respira nei college americani e che riesce a catturare lo spirito ludico dell’adolescenza e dei primissimi vent’anni.

Poi però si cresce.

Succede qualcosa tra il 2012 e il 2013, come una sorta di dolorosa presa di coscienza: ogni festa è destinata al suo epilogo e la sensazione che accompagna la fase successiva è un misto di amarezza e malinconia.

Ecco quindi che la spensieratezza si fa sempre più sbiadita e la mestizia prende il sopravvento.

Il rap si fa più denso e introspettivo e segue le tortuose vie della propria mente, rimbalzando da una parte all’altra. Si tirano i primi bilanci, si guarda il presente con occhio critico, il futuro con qualche timore e il passato con nostalgia.

La scrittura di Miller si fa più sobria, senza però rinunciare del tutto a qualche divagazione puerile, lascito della fase giovanile. Una concessione che possiamo concedergli.

D’altro canto, per poter sostenere tutti questi voli pindarici ed elucubrazioni mentali, anche le sonorità si fanno più multiformi e quelle tinte così raggianti lasciano spazio ad atmosfere più fumose e rarefatte. I campionamenti vocali non mancano, ma diventano più cupi, quasi gotici e le digressioni jazz con quell’appeal più notturno iniziano a trovare il proprio sfogo.

Clams Casino, Flying Lotus, Earl Sweatshirt, Tyler The Creator sono i compagni di viaggio adatti, gli unici che possano tradurre in musica i pensieri dell’allora ventunenne Mac, che con questo album da il via alla seconda fase della sua carriera, quella adulta, che nel corso degli anni regalerà prodotti notevoli, che lo consacreranno come uno degli artisti più interessanti dello scorso decennio, fino alla sua prematura dipartita, nel 2018.

Ma questa è un’altra storia.

Mac Miller – Watching Movies With The Sound Off

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