Qualcuno li definì la miglior band metal americana; non arriviamo a tanto signori miei: ma nonostante ciò, che gruppone che erano.
E quindi ecco a voi uno dei più grandi concept album mai creati dalla mente umana; un disco di superlativo epic metal che affronta il tema del viaggio negli inferi e della lotta tra il bene, riconcependolo rispetto ai canoni tradizionali e al contempo recuperando secoli di tradizioni: mitologia pagana, norrena, ciclo di re Artù, cabala e così via, in un magistrale racconto che veniva messo in musica da una delle personalità più celebri dell'heavy metal, il grande Mark "the Shark" Shelton.
Si torna indietro nel tempo, a quando l'heavy metal era un ribollente calderone di tipacci con la barba incolta e capelli al vento e nello specifico a quando ancora il termine epic metal non era associato a porchierie demenziali come accade oggi.
Il prologo apre questo disco facendoci entrare del tutto nell'atmosfera, ma è solo con l'inizio vero e proprio che ci troviamo al cospetto di un pezzo da 90 come "Necropolis". Il testo è una poesia, la timbrica nasale e masticata di Shelton sono perfette, la metrica e il lessico usato sono sfruttati con maestria al punto che cantare a squarciagola queste strofe è una goduria. L'eroe si ritrova in questo inferno, la necropoli, quale sarà la sua arma per sconfiggere il male? "La logica, una logica cristallina, una magia cristallina" (e non una "logica dei cristalli", come traducevo da piccolo...): i Manilla Road non cedono al machismo vuoto e scrivono una canzone a maggior gloria della logica, della mente umana, dell'intelligenza, arma di luce che trascende e arriva a diventare magia. "We will never ever die, 'cause heavy metal is life, and not eternal hell!". Contro la tendenza satanista di Venom e simili, i Nostri recuperavano gli originali significati e scrivevano un disco sulla lotta a fianco delle milizie celesti. Musicalmente i due brani sono capolavori. Ci si prende una pausa dal concept con "Feeling Free Again", settantiana e molto simpatica nel suo testo positivo, nonostante non sia all'altezza delle precedenti. Le diverse versioni del disco mettono in disordine la sequenza dei brani successivi; "The Ram" è scritta con grande abilità ma a mio avviso rappresenta, insieme alla sopracitata "Feeling Free Again", l'episodio meno entusiasmante: spendiamo invece qualche parola per gli altri pezzi. "The Riddle Master" ha un incedere lento con un una sorta di gong che scandisce i dettami del Maestro degli Inganni, contro il quale il protagonista dovrà misurarsi, per poi sconfiggerlo; l'aggressività del gruppo viene tutta fuori in un ritornello sguaiato e malefico. "The Veils of Negative Existance" conferma questo sapore tendente al doom (genere all'epoca praticamente inesistente) e sfodera un ritornello da pugni al cielo che si chiude come se rilasciasse aria di maledizione tornando al mortifero riff: "I will never put my sword down, I will never... run away! In the veils... of negative existance: I AM THE MASTER, HERE TO STAY!". Magistrale. E poi "Dreams of Eschaton/Epilogue": sfruttando un'alternanza tra arpeggi puliti e voci distorte come pugnalate, strofe con metriche dilatate che sembrano stagliarsi all'orizzonte e assoli tipicamente in Manilla Road, con l'attenzione quasi più rivolta alla sezione ritmica che ai solismi. È la fine, è l'Apocallise. I testi raggiungono ancora livelli di una raffinatezza e epicità che in pochi replicheranno. I Manowar ci si avvicineranno, ma saranno troppo pieni si sé, i Virgin Steele in effetti possono essere paragonati per eleganza, gli Heavy Load per crudezza e genuinità. "'Before the Gods of Hell sentence you to die: remember well, my friend, a Warlord NEVER cries!' That's what I've heard in the words inside my mind: when Ragnarok comes down we'll all run out of time!". Si parla di venuta degli eroi, di trionfo del bene e di lotta col male, di cieli di sangue e distruzione della Terra di Mezzo.
La ristampa della Roadrunner, se non erro, inserisce a questo punto una versione della fantastica "Flaming Metal System": dopo la fine incerta e non chiara dell'epilogo infatti si fa esplodere la lucente speranza di questo pezzone speed metal con un riff semplicissimo e semplicissimamente geniale. "In this world's darkest hour, up your hammers to stay! Don't throw it away!".
Credo sinceramente che questo sia uno dei più alti lavori della musica metal. Non perché non esistano dischi più pesanti, iconici, con testi almeno altrettanto curati o musica almeno altrettanto geniale: esempi uno per uno potrebbero tranquillamente provenire da Kreator, Metallica, Iron Maiden o Death. A rendere così grande questo lavoro è qualcosa che affonda le sue radici nell'origine umana di chi lo ha scritto, la concezione stessa di heavy metal fatta di valori, lotta, vita vera, libertà: e soprattutto grande arte. Perché di questo stiamo parlando. E sì, fatemelo dire, perché tra cosplay metal, revival e alternative vari oggi un po' lo spirito con cui i Manilla Road scrissero questo capolavoro e gli altri grandi dischi si sta perdendo.
"Sic transit gloria mundi". Voto: 95/100.
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