Se dovessimo parlare di storie particolari all’interno del mondo musicale, quella di Mark Knopfler rivestirebbe sicuramente la veste di un caso a sé e di interesse. I Dire Straits, gruppo alla testa del quale Knopfler è stato dal 1977 (con l’omonimo esordio l’anno successivo) al 1993 (con l’uscita del live album ON THE NIGHT), sono ritenuti a ragione tra le bandiere di orgoglio della musica rock a cui ha saputo conferire un particolare inclinazione melodica nel pieno rispetto della forma canzone.

Quattro sono stati i componenti originali: David Knopfler (rhythm guitar), John Illsley (il fedele bassista ed unico elemento ad essere presente in tutti dischi dei DS), Pick Withers (drummer pulito e tecnico) oltre alla leadership saldamente tra le mani del più grande dei fratelli Knopfler. Primi passi che la band ha saputo muovere nel circuito dei club e che pian piano a visto lievitare il gradimento del pubblico che non ha potuto che apprezzare naturalmente ed in netta contrapposizione con quanto proposto dalle star dell’epoca. Un atteggiamento che potrebbe essere finito al di sopra delle righe e privo di qualsiasi eccesso, che metteva in primis sul piatto della bilancia un’esemplare combinazione di sobrietà, tecnica sopraffina e pulizia sonora, il tutto fatto confluire in canzoni magistralmente efficaci.

La carriera solista di Mark Knopfler se si eccettuano le colonne sonore, ha visto prevalere nell’ultimo quarto di secolo ben 10 album, in cui pur non dimenticando l’importanza storica di quanto fatto in precedenza, il chitarrista ha preferito incentrare le proprie capacità compositive su canzoni ove a prevalere è sicuramente più l’aspetto narrativo che l’esuberanza strumentale che ne aveva contraddistinto gli esordi. Album come SAILING TO PHILADELPHIA - 2000, GET LUCKY 2009 o PRIVATEERING -2012 (sempre tutti su etichetta Mercury in Europa e Regno Unito) sono caratterizzati da una forte componente blues rock, ma anche country senza mai far mancare al chitarrista di manifestare l’attaccamento alle proprie radici folk e celtiche, nel pieno rispetto della qualità di suoni a cui ci ha sempre abituato.

Nel pieno rispetto del messaggio che una copertina potrebbe dare in merito a quanto contenuto nell’album, l’immagine del Tyne Bridge (di Newcastle upon Tyne per l’appunto) fa trapelare tanto di quel sentimento di intimità e melanconia che unite ad una fondamentale capacità di raccontare storie, concretizzano 12 brani dalle liriche raffinate e dalle sonorità che hanno da sempre caratterizzato il cammino extra Dire Straits del musicista di Glasgow. Una prospettiva che riguarda il far musica di un artista alla soglia dei 75 anni, che sciorina la propria maestria dimostrandosi – come ha sempre fatto,- libero di non dover dimostrare nulla a nessuno dipanando la propria maestria con una voce sempre in bilico tra il caldo ed il ruvido e trame chitarristiche (magari più numerose quelle sul versante acustico) sempre identificabili.

A spazzar via i dubbi di quanto appena scritto ci pensa la nostalgica atmosfera di “Ahead of the game” per altro scelto come anticipatore del disco, in cui lo scivoloso incedere dell’inciso e le dolci e carezzevoli note pizzicate, ben arricchiscono la storia del mancato successo del musicista protagonista del testo. L’atmosfera tropicale di “Smart money” si fonde ad un permeante country mentre piano e pedal steel rendono il tutto più ammiccante, cesellando con stile il portante intermezzo musicale.

I sussurri di “Watch me gone” in perfetta continuità con il mood di quanto l’ha preceduta, mettono musicalmente in primo piano l’amore per quel cantautorato a stelle e strisce, con i cui protagonisti Knopfler ha incrociato più il suo destino, tanto da ricordarli anche in affettuose lyrics ( “Well, maybe I’ll hit the road with Bob or maybe hitch a ride with Van”). Non si può non rimanere positivamente colpiti dalla composta rudezza di “Sweeter than the rain”, dove chitarra e voce ammaliano e riconducono a sonorità trasognanti che al meglio hanno da sempre contraddistinto il chitarrista scozzese.

Un insieme di brani in cui l’artista non lesina la sua maestria come cantante- chitarrista-autore (sì proprio in quest’ordine!) senza dimostrarsi incompleto, anzi, propendendo per quello che oggi è il modo di porsi che gli viene più naturale, mostrandosi attraverso brani dal carattere autobiografico e dove melodie riuscite ne evidenziano sempre l’originalità. Brani dal suono ben calibrato ove sembra che Knopfler in veste di pittore non manchi di donare ai suoi quadri i giusti colori e la vivacità che meritano, attraverso note scintillanti quanto testi capaci di scrutare animi ed orizzonti. Come nella love story di “Janine” in cui il sapore di un amore antico fa emergere echi springsteeniani, mentre in “Tunnel 13” prende forma un racconto dove coraggio e illegalità si muovono su di un terreno country bagnato di frontiera che si chiude con una pacifica coda strumentale degna di nota. A confermare la prevalente bontà dei brani vi è la toccante title track che con i suoi magici fraseggi di chitarra, ci porta al termine di un viaggio musicale iniziato con lo scricchiolante avvio di “Two pair of hands” con cui la voglia di riascolto è pressoché garantita.

Canzoni che scorrono come il fiume in copertina, arrivando laddove solo un navigato storyteller come Knopfler sa condurre, alimentato dal nobile fingerpicking che lo ha sempre distinto e che è sempre un piacere ascoltare senza essere per forza degli inguaribili nostalgici.

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