Michail Afanas'evic Bulgakov
Il Maestro e Margherita (Мастер и Маргарита)

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Che il diavolo ti porti!

Stalin amava, stando a quanto si dice, le pièce di Bulgakov, sebbene parlassero di problemi e di vite alto-borghesi e contro-rivoluzionarie. Ma a noi, di questo, forse importa poco. Piuttosto, è bene abituarsi sin da subito ai paradossi e ai sipari.

1940. È quasi primavera a Mosca quando Michail Afanas'evič Bulgakov, medico di campagna, commediografo e romanziere, nato a Kiev quarantanove anni prima da una famiglia di teologi ortodossi, muore d’una malattia da lui stesso diagnosticata. Da almeno un decennio, la sua ossessione è un romanzo sul diavolo (ossessione così tipicamente russa, direte voi). Romanzo che scrive, violentemente distrugge e febbrilimente riscrive, amplia e rivede sino alla tomba; e di cui, vertiginosamente, parla il suo stesso romanzo.

S’affaccia a Mosca la primavera mentre Bulgakov, dieci anni prima, getta nella stufa la prima stesura del suo romanzo.

Ed è (e per sempre sarà) primavera sugli stagni Patriaršie allorquando il diavolo, nei panni dello straniero o del consulente di magia nera professor Woland, si presenta a Mosca all’ombra dei tigli profetizzando la morte accidentale di Michail Aleksandrovič Berlioz, direttore del Massolit, raffinatissima associazione di letterati moscoviti con sede al Gribaedov.

C’è un Maestro, dentro al libro, di cui non sappiamo il nome: così l’ha chiamato la sua amante Margherita. Il Maestro è autore d’un romanzo su Ponzio Pilato; romanzo che noi leggiamo dentro al romanzo di Bulgakov raccontato dal diavolo in persona e che racconta di sé medesimo dal di fuori. Come Bulgakov col suo manoscritto, infatti, il Maestro ha gettato nella stufa, con un gesto rituale e folle insieme, il suo romanzo; dato che, tanto dentro al libro quanto fuori, esso risultava del tutto indigesto al lettore russo di quegli anni.

Infine è primavera a Yerushalayim quando, nel quattordicesimo giorno del mese ebraico di Nisan, l’odore delle rose rende insopportabile l’emicrania del crudele settimo procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.

Un romanzo, quello del Maestro, su Ponzio Pilato e sulla morte per crocifissione di Joshua Ha-nozri; un romanzo, quello di Bulgakov, sulle peripezie del diavolo e della sua accolita nella Mosca post-rivoluzionaria del compagno Stalin, proletaria per finta e meschinamente piccolo-borghese nei fatti. Un classismo non dissimile da quello odierno, in fondo, seppur mascherato di egualitarismo. E, a condurre questo smascheramento, è preposto lo sprezzante seguito di Woland, una cricca di maschere anch’esse; ma maschere stranianti, ciniche e dissacranti.

Non crediate difatti che il diavolo impersoni il tentatore della tradizione cristiana, il serpente sull’albero proibito. Tutt’altro: Bulgakov non è Dostoevskij. Il diavolo è l’inquietante, il trickster, lo straniero —estraneo ed estraniante— che, senza possibilità di revoca e di spiegazione, strappa via ogni finzione ed ogni maschera dal volto degli uomini, rendendoli così nudi e trasparenti, gettando un cono d’ombra sulle convenzionali falsità e bestialità, e mettendo per contro in luce, finalmente a tutti visibile, la loro miseria e pochezza.

Questo formicolare di intriganti, di critici letterari e di scrittori asserviti alla moda pseudo-proletaria, di direttori di teatri e di riviste, di piccoli burocrati, di approfittatori, di omuncoli tipicamente russi e gogoliani; sono anch’essi delle maschere, dei tipi universali, ad ognuno familiari nella loro meschinità. Ebbene, è lo spettacolo di magia nera ed il suo smascheramento imbastito dal seguito del diavolo o esperto cabalista Woland, nella fattispecie dal gatto coi baffi da sparviero Behemoth e dal capo-coro Korov’ev, a dare un calcio in culo nient’affatto metaforico a questo formicolare di (dis)umanità.

V’è dunque un mondo nel mondo: un romanzo che parla d’un romanzo e d’un angolo di mondo, seppur deformato sotto la lente dell’inspiegabile e del grottesco, vissuto dallo stesso Bulgakov, cosicché, a veder bene, il Maestro nel libro e il suo autore fuori non sono che maschere anch’esse.

D’un vertiginoso intersecarsi di piani fittizi, tra il mondo fuori dalla pagina ed il mondo dentro; tra un mondo recitato e sconquassato da Woland e seguito ed un mondo, apertosi ex abrupto, di venti secoli prima; tra ciò che questa cricca di personaggi recitano, qui ed ora, e ciò che sono fuor di palcoscenico. Del suicidio vagheggiato d’una donna con tristi fiori gialli stagliati su un nero soprabito e del suo Maestro, in volontario esilio in un instituto psichiatrico fuori Mosca. D’un incrociarsi di tristezze e d’un nome e d’un manoscritto bruciati nella stufa (ma i manoscritti non bruciano, si sa). Di brutti tiri, di sparizioni senza spiegazione e di acque all'albicocca. D'un diavolo, che, come il compagno Stalin, intercesse in favore di uno scrittore. D’una Mosca degli anni ’30, insomma, che non è che un vermiglio sipario di boccascena, aperto e chiuso sul paradosso del vivere.

Di questo, e d’altro che non ho l’ardire di raccontare, parla il Maestro e Margherita.

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